domenica 6 ottobre 2013

ISRAELE: La guerra dello YOM KIPPUR (6 ottobre 1973)

Il 6 ottobre di 40 anni fa, alle ore 14,00 iniziava l'offensiva degli eserciti arabi contro Israele, di seguito una sintesi di quegli avvenimenti.

1. Con la vittoria nella “guerra dei 6 giorni” del 1967, ISRAELE era passato da un territorio di 22 mila Km² (equivalenti alla Puglia, ad oltre 100 mila Km² cioè 1/3 dell’Italia.
Nello stesso tempo la popolazione araba inglobata saliva da circa 200 mila ad 1 milione di persone, portando con se un enorme carico d’odio, rancori, vendette ed aspettative frustrate.
2. La risoluzione n. 242 dell’ONU del 22 nov. 1967 che stabiliva il riconoscimento ed il rispetto per la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni stato, fu definita “capolavoro di doppiezza”, in quanto redatta volutamente in termini vaghi in modo da essere accettata da tutti, fu interpretata:
- dagli arabi come l’impegno delle Nazioni Unite ad obbligare ISRAELE ad evacuare tutti i territori ed a far rientrare i profughi palestinesi nelle loro case;
- da ISRAELE come un’autorizzazione a prolungare l’occupazione dei territori conquistati fino al proprio riconoscimento come “STATO” e quindi fino alla pace condivisa da tutti.


Negli Stati Arabi tuttavia, anche a causa delle delusioni patite, iniziò a prendere forza e diventò sempre più diffusa una tendenza che ai giorni nostri è d’estrema attualità: il fondamentalismo islamico.
Il messaggio dell’integralismo religioso, più facilmente comprensibile dalle masse, già mantenute nell’ignoranza e poco permeabili a nuove ideologie, a nuovi modelli di vita, sostenne che gli arabi avevano perduto la guerra in quanto separati dal loro credo, dalla loro fede, e quindi facile preda del nemico.
In questa visione, la debolezza araba era dovuta all’azione paralizzante di false dottrine universalistiche, liberali ed anche marxiste.
Queste dottrine, secondo gli IMAM, utilizzate dagli occidentali per organizzare la loro società, non servivano ai popoli che avevano trovato la loro identità sotto la bandiera dell’ISLAM.
Solo il CORANO che segna l’unica via dettata dal Profeta e che regola la vita umana sotto tutti gli aspetti: civili, giuridici e religiosi consente al fedele musulmano di abbandonarsi alla volontà di ALLAH, il grande e misericordioso e quindi, gli appelli alla lotta contro ISRAELE, prima laicamente anticolonialisti ed antimperialisti diventarono sempre più accesi appelli religiosi alla JIHAD, alla guerra santa.
I Palestinesi, per altro verso, realizzarono che la soluzione del problema di un loro STATO, non poteva essere risolto solo dagli STATI ARABI, profondamente divisi fra loro e sostanzialmente orientati a perseguire i propri interessi nazionalistici; ma che la lotta contro ISRAELE ed i PAESI che lo sostenevano, doveva uscire dal M.O. ed avere una maggiore visibilità, cioè avere per palcoscenico l’ambito internazionale.
3. Da queste considerazioni scaturirono:
1) una più decisa attività diplomatica dell’O.L.P. (Organizzazione per la liberazione della Palestina) che nel 1968 affidò la presidenza dell’organizzazione a YASSER ARAFAT già capo di una delle sue frazioni “AL FATAH”


2) la conferma nella propria carta costituzionale dell’obiettivo fondamentale della loro lotta: la distruzione di ISRAELE;
3) l’avvio della politica del terrorismo internazionale che produsse dirottamenti aerei, stragi, sequestri dei quali, tanto per citare solo due esempi, l’attentato all’Aeroporto di TEL AVIV da parte di terroristi giapponesi affiliati a “SETTEMBRE NERO” e quello di Monaco di Baviera durante le Olimpiadi del ’72, dove venne massacrata la squadra olimpica israeliana.
La fazione terroristica “SETTEMBRE NERO” una componente di AL FATAH nasceva in ricordo della strage di palestinesi in Giordania nel settembre del 1970.
E’ un episodio che vale la pena di ricordare come l’esempio della difficoltà dei rapporti fra i PAESI ARABI ed i profughi Palestinesi.
Nel 1969, NASSER che non voleva accollarsi il problema dei profughi, spinse l’ O.L.P. a stabilire rapporti politici con HUSSEIN di GIORDANIA.


In breve tempo però i guerriglieri palestinesi accentuarono la loro autonomia in territorio giordano, tanto che diventarono uno stato nello stato, minacciando così la stabilità politica della monarchia hascemita.
4. RE HUSSEIN capì che i Palestinesi lo stavano detronizzando e stava perdendo anche il sostegno delle sue forze armate.
Una mattina in un reggimento carri della sua “LEGIONE ARABA”, all’atto dell’alzabandiera, furono innalzate …un paio di mutande…e non c’erano dubbi sul significato di quel gesto.
A questo punto, RE HUSSEIN, per riprendere in mano la situazione dette un “ultimatum” alle organizzazioni palestinesi di ritirarsi dalle città ed, al loro rifiuto, scatenò una cruenta repressione volta a liberare l’intera GIORDANIA dalla loro presenza.
I combattimenti durarono dal settembre 1970 all’aprile del ’71 causando la morte di oltre 5000 persone (l’80% civili), 10 mila feriti e più di 1000 dispersi.
I Palestinesi cacciati dalla GIORDANIA ripararono in LIBANO ed in SIRIA sconvolgendo anche in questi paesi, il precario equilibrio fra le diverse comunità.
(La strage di SABRA e SHATILA in Libano nel 1982 ad opera dei cristiani maroniti fu solo una delle conseguenze. Nel luglio scorso abbiamo visto in azione palestinesi e sciti Hezbollah).
E ritorniamo a parlare della situazione geopolitica fra Israele e gli Stati Arabi.
5. La guerra dei “6 GIORNI” aveva permesso ad ISRAELE di estendere le condizioni di sicurezza che costituivano lo scopo primario di ogni conflitto affrontato. La politica di ISRAELE dalla sua costituzione nel 1948 è stata sempre quella di tentare di barattare la terra o territori con il suo riconoscimento.
La frontiera con la GIORDANIA era stata ridotta ad una sessantina di Km. lungo il GIORDANO e, se prima della guerra gli egiziani erano ad una cinquantina di Km. da TEL AVIV, adesso dovevano percorrere oltre 400 Km. per colpire la capitale.
Al contrario IL CAIRO distava 12 minuti d’aereo dal nuovo confine del SINAI.
Nella seconda metà del 1969, (mentre in LIBIA un colpo di stato deponeva RE IDRIS ed il potere veniva assunto dal Col. MOHAMMAD EL GHEDDAFI), NASSER, rifornito dalla RUSSIA, abrogava unilateralmente il “cessate il fuoco” del giugno ’67 e dava inizio ad una “guerra di attrito” o “di usura” lungo le sponde del CANALE DI SUEZ.
L’idea del RAIS egiziano era quella che Israele non avrebbe potuto sostenere a lungo un impegno pesante in termini di mezzi e soprattutto di uomini (di cui l’Egitto aveva grande abbondanza) e quindi dopo aver imposto agli israeliani un prolungato logoramento, tentare un attacco in forze.
In realtà si vide poi, che, mentre l’artiglieria egiziana provocava danni relativamente lievi alle linee israeliane, l’aviazione egiziana a furia di prenderle da quella avversaria, era perfino più immiserita rispetto alla fine della guerra dei 6 giorni.
6. Inoltre, nel gennaio 1970, i nuovi aerei israeliani PHANTOM F.4 acquistati negli STATI UNITI, si spinsero in profondità nel territorio egiziano con una serie di azioni, con lo scopo di diminuire la pressione sul CANALE ed ingenerare nella popolazione egiziana un senso di insicurezza tale da spingerla ad invocare un nuovo “cessate il fuoco”.
Questa situazione indusse l’UNIONE SOVIETICA ad intensificare il suo impegno per riarmare l’EGITTO ed accese una diatriba con gli STATI UNITI a proposito della fornitura delle armi ai contendenti.
7. I sovietici accusavano gli americani di fornire ad ISRAELE armi offensive ovvero gli aerei, mentre loro, affermavano, si limitavano a quelle difensive ossia (quelli per abbatterli) i SAM, i missili terra-aria.
In realtà dall’UNIONE SOVIETICA e dai PAESI SATELLITI raggiunsero l’EGITTO, ma anche l’IRAQ e la SIRIA, forniture militari di una quantità mai raggiunta in precedenza, accompagnate, allo stesso tempo, da un numero enorme di consiglieri militari ed istruttori.
Tuttavia i veri problemi per ISRAELE arrivarono col terrorismo palestinese fino ad allora poco più che molesto.
La nuova strategia del terrorismo, come abbiamo accennato, contemplava azioni al di fuori dello stesso ISRAELE, dovunque l’attentato potesse suscitare clamore, risonanza, ed obbligava gli israeliani ad intensificare i propri sforzi per combatterla in campo internazionale, utilizzando uomini e risorse a scapito dell’impegno in ambito locale.
8. Nel del 1970 moriva NASSER ed il potere in EGITTO venne assunto dal più moderato ANWAR AL SADAT,


La situazione però non si modificò anzi l’EGITTO accentuò la propria dipendenza da MOSCA in cambio di sempre più consistenti aiuti militari.
Nel 1972 però anche a causa dell’inevitabile invadenza sovietica ed indispettito dalla preferenza che i russi davano al conflitto indo-pakistano e dalla renitenza a fornire ulteriori carri ed aerei, SADAT finì per espellere i consiglieri russi (circa 15000) i quali andandosene affermarono che il loro compito, quello di rimettere in piedi l’esercito egiziano, si era concluso. (In Sudan un colpo di stato del Gen. NIMEIRI GIAFAR MUHAMMAD portò anche qui all’allontanamento dei consiglieri sovietici e successivamente all’eliminazione fisica del Partito Comunista Sudanese).
La RUSSIA ad ogni modo, aveva appena rinnovato un più stretto legame con la SIRIA e l’IRAQ, che rigurgitavano di propri consiglieri, e quindi conservava agevolmente il controllo dell’area mediorientale.
9. SADAT però sul fronte interno aveva grossi problemi.
L’economia egiziana era disastrata, prostrata dalle spese militari e, paradossalmente, solo una guerra che permettesse agli egiziani di riconquistare la riva orientale del CANALE DI SUEZ (cioè quella del SINAI) e riaprire la via d’acqua fruendo dei pedaggi, poteva risollevarla.
Ed ecco il nuovo orientamento politico che influenzerà anche la strategia militare.
Una guerra. Ma non per l’annientamento di ISRAELE che SADAT sapeva di non essere in grado di condurre; solo un obiettivo limitato: riconquistare una fascia del SINAI di una certa profondità prospiciente al canale.
Tuttavia anche per un obiettivo, così limitato occorrevano una serie di circostanze al momento non disponibili: l’appoggio sovietico per potenziare le capacità offensive delle sue Forze Armate; la ricostruzione di un fronte comune con SIRIA, GIORDANIA e IRAQ.
Ricominciò così il corteggiamento dei sovietici che promisero aiuti.
L’accordo invece con i siriani non era facile perché questi mal digerivano una guerra che non avesse come obiettivo la distruzione totale di Israele e, con la GIORDANIA, ancora più difficile perché HUSSEIN, con la guerra non aveva nulla da guadagnare in quanto anche l’eventuale riconquista della CISGIORDANIA, questa sarebbe andata ai palestinesi per la costituzione del loro stato.
Per raggiungere il suo scopo SADAT riallacciò perfino i rapporti con l’ARABIA SAUDITA interrotti da anni e prese contatti con tutti gli STATI ARABI (sopportando anche GEDDAFI che ormai si atteggiava a primo leader del mondo arabo).
All’inizio di settembre del ’73 si tenne al CAIRO una serie di riunioni con i diversi capi degli stati arabi, per concordare, nella massima segretezza, i particolari della nuova guerra.
10. Elementi fondamentali per il successo dell’operazione militare erano: attacco di sorpresa per togliere l’iniziativa agli israeliani ed evitare il ripetersi di quanto accaduto nei due precedenti conflitti; attacco simultaneo da nord e da sud per costringere Israele a ripartire le forze.
Intanto a Tel Aviv com’era valutata la situazione?
11. Il primo ministro GOLDA MEYR, succeduta ad ESCKOL dopo la sua morte, in considerazione degli straordinari successi di cui stava godendo il Paese a seguito della vittoria del 1967 aveva permesso che si abbassasse la guardia.


12. “La calma regna sulle rive del CANALE DI SUEZ,” aveva affermato “così come nel deserto del SINAI, nella fascia di GAZA, in GIUDEA in SAMARIA e sul GOLAN. Le linee sono sicure. I porti sono aperti, GERUSALEMME è unificata e la nostra situazione politica è stabile.”.
Inoltre il sostegno pressoché scontato degli STATI UNITI rendeva gli Israeliani del tutto indifferenti all’isolamento internazionale da parte degli altri stati occidentali; dai quali, a causa della loro dipendenza dal petrolio dei paesi arabi, non c’era da aspettarsi, in ogni caso, alcuna solidarietà.
Tuttavia, abbassare la guardia non significava rinunciare alle opzioni militari, che ISRAELE sapeva di dover tenere sempre sugli scudi.
Il suo esercito, formato per la maggior parte di riservisti, era in grado di essere mobilitato (grazie ai sistematici e frequenti periodi di richiamo ed addestramento), in 48 ore ed alcune brigate di paracadutisti e carristi riuscivano a farcela in 24 ore dato che i militari che le costituivano provenivano dalla stessa città o dallo stesso comprensorio.
Inoltre il servizio informativo consentiva allo stato ebraico, solitamente, di conoscere in anticipo le mosse del nemico e prevenirlo.
Ed ecco il punto: solitamente.
In quel tempo però, il servizio informazioni israeliano considerava prioritaria la lotta al terrorismo, e sottovalutava le mosse di SADAT, che non veniva ritenuto in grado di andare più in là di semplici provocazioni. In quelle circostanze poi i servizi di spionaggio sovietici furono molto abili a depistare quelli israeliani facendo loro credere, come del resto all’opinione pubblica mondiale, che gli arabi fossero ancora lontani dall’essere pronti per una guerra, per di più offensiva.
13. Nei mesi che precedettero l’attacco, gli egiziani effettuarono una lunga serie di esercitazioni sul canale, che inizialmente furono prese sul serio dagli israeliani, ma poi divennero così abituali che la vigilanza venne progressivamente allentata.
Anzi la spesa sostenuta ogni volta per mobilitare le riserve fu giudicata troppo alta e si richiese una maggiore cautela nel dare credito a falsi allarmi cioè di gridare spesso “ al lupo, al lupo”.
A poco valsero gli avvertimenti degli STATI UNITI, basati sui rapporti della C.I.A. secondo i quali l’EGITTO si stava preparando ad una guerra.

13b. In Israele si temeva soprattutto il fronte siriano dove non c’erano ostacoli naturali come il CANALE DI SUEZ e dal GOLAN si poteva arrivare facilmente nel cuore di Israele.

Ed ecco la pianificazione operativa delle due parti.

Israele era predisposto ad una eventuale guerra in difensiva. La classe politica era convinta che lo Stato di Israele non poteva più permettersi di apparire come “aggressore” e d’altro canto i nuovi confini strategici, in particolare verso l’Egitto non imponevano la prima mossa.
La guerra di attrito o di logoramento, che abbiamo visto sul finire degli anni ’60, aveva dato ad Israele una falsa sensazione di sicurezza.
Inoltre, i duelli aerei tra i MIG 21 egiziani e gli aerei israeliani avevano convinto i responsabili di TEL AVIV che in cielo la loro aviazione era imbattibile.
14. L’esercito di Israele contava di trattenere un eventuale primo attacco egiziano attraverso una linea di ridotte fortificate, capisaldi, bunker e terrapieni lungo il CANALE DI Suez.
Fermata o rallentata l’ipotetica ondata offensiva nemica, i riservisti sarebbero arrivati ed avrebbero eliminato eventuali penetrazioni nel SINAI.
La strategia si era concretizzata nella costruzione della cosiddetta “linea BAR LEV” dall’ideatore Gen. CHAIM BAR LEV Sottocapo di S.M. delle Forze Armate israeliane costituita a ridosso del canale, da 16 opere fortificate, protette da un alto terrapieno, considerato insuperabile e supportata, inoltre, da un sistema di serbatoi di carburante che avrebbe dovuto consentire di trasformare il CANALE DI SUEZ, in un mare di fuoco, inondandolo con una pellicola di liquido infiammabile da incendiare elettronicamente. Solo che, quest’ultimo sistema, mai provato realmente, nel luglio del ’73 era andato in disuso.

Fortificazione Linea Bar Lev

15. Questa strategia fu contestata da numerosi ufficiali israeliani ed in particolare dal gen. ARIEL SHARON che vedevano il pericolo di utilizzare difese fisse contro reparti altamente mobili.
Inoltre SHARON per non essere stato nominato Capo di S. M. Generale, si era dimesso dal servizio ed era stato tra i fondatori del partito LIKUD (consolidamento).


Moshe Dayan e Ariel Sharon

Stesso concetto di opere fortificate, raccordate da campi minati e reticolati sul fronte del Golan dove era stato realizzato anche un fossato controcarro lungo i 75 Km del confine.
16. Gli STATI ARABI invece avrebbero agito offensivamente.
L’idea di SADAT era quella di rioccupare, come abbiamo detto, una parte del Sinai per poi trattare alla pari con Israele.
Il siriano ASSAD, invece, riteneva di poter riconquistare il territorio del GOLAN ma poi invadere la GALILEA e poi… chissà.
Alla fine, i governi del CAIRO e DAMASCO riuscirono, non senza difficoltà, a concordare un piano e raggiunsero l’accordo, per l’inizio dell’operazione BADR, sulla data 6 ottobre, anche se in pieno Ramadan. Questa data coincideva con il giorno nel quale Maometto aveva iniziato a preparare, nel 623 d.c., la battaglia di BADR grazie alla quale sarebbe entrato alla Mecca.
Discussioni, infine, vi furono fra egiziani e siriani sull’ora di inizio dell’attacco: gli egiziani volevano iniziarlo alle 18 perché a quell’ora gli israeliani avrebbero avuto il sole in faccia, mentre i siriani, per lo stesso motivo, lo volevano all’alba.
Si giunse ad un compromesso per le ore 14, un orario che non serviva a nessuno.
Per contro, nella data del 6 ottobre in ISRAELE si celebrava la festa dello YOM KIPPUR ovvero dell’espiazione, una delle festività più sacre del calendario ebraico: è l’anniversario del giorno in cui Dio concesse il perdono al suo popolo colpevole di aver adorato il vitello.
d’oro ai piedi del MONTE SINAI dove MOSÈ era salito da 40 giorni e dove avrebbe ricevuto le tavole della legge.
Lo YOM KIPPUR è una giornata di completa sospensione di ogni attività lavorativa, di digiuno e di meditazione per avvicinarsi allo stato di purezza degli angeli.
17. Un accenno alle forze contrapposte.
ISRAELE
Nel 1973 poteva contare su 75000 uomini e donne di cui 25000 (1/3) in servizio permanente e 50000 soldati di leva.
Con la mobilitazione dei riservisti arrivava però ad oltre 350 mila.
L’esercito poteva schierare circa 2100 carri armati, 4000 cingolati per trasporto truppa, 500 semoventi di artiglieria.
L’aviazione disponeva di 550 aerei di cui 130 PHANTOM.
La marina aveva 21 motovedette e 5 sommergibili.
EGITTO
L’esercito egiziano impegnava per l’offensiva quasi la metà dei suoi effettivi: circa 500 mila soldati distribuiti fra le 2 armate in 1^ schiera ed unità della riserva.
Disponeva di 1700 carri armati, 2000 mezzi corazzati e cingolati, 4000 pezzi di artiglieria, 150 batterie di missili c/a insieme a 2500 cannoni.
L’aviazione contava 400 aerei da combattimento e 140 elicotteri.
SIRIA
Sul GOLAN, la SIRIA, aveva distribuito in 2 scaglioni le sue forze in prima linea 3 divisioni di fanteria meccanizzata seguite da 2 divisioni carri. in riserva diverse unità di fanteria e corazzate, più una divisione corazzata irachena, una brigata corazzata giordana, ed altre forze del Marocco, dell’Arabia saudita e palestinesi per un totale generale di circa 120 mila uomini, con 1400 carri armati, 800 pezzi d’artiglieria, 100 batterie missili c/a e 300 aerei da combattimento.
Fino all’ultimo gli israeliani, anche a causa dello strettissimo segreto che gli arabi erano riusciti a mantenere sulle loro intenzioni, non dettero una corretta valutazione dei movimenti egiziani e siriani e non modificarono le difese. D’altro canto, nel mese di Ramadan eserciti arabi a digiuno non apparivano molto temibili.
Per ISRAELE, sul fronte del Canale al momento dell’attacco erano presenti 8500 uomini e 250 carri armati; su quello siriano 5000 uomini e 180 carri.
Irrisorie le artiglierie su entrambi i fronti.
Per il resto, il 5 ottobre gli israeliani si concentrarono sulla festività del giorno dopo che prevedeva la virtuale paralisi di ogni attività per 24 ore.
Solo intorno alle 4 del mattino del 6 ottobre, il Capo Servizio Informazione Israeliano Gen. ZE’IRA dette la notizia dell’imminente attacco arabo.
Con la riunione immediata del governo, scaturirono accese discussioni sulla inedita situazione.
Prevalse l’opinione del 1° Ministro GOLDA MEYR che ribadì l’impossibilità di un attacco aereo preventivo, per non risultare di nuovo, agli occhi degli osservatori internazionali, come uno stato “aggressore e guerrafondaio”.
Si decise di predisporsi per un contrattacco e di evacuare i civili dal GOLAN. Solo che le informazioni ricevute parlavano di un inizio dell’attacco alle ore 18 e non alle 14.
18 Tutti i comandanti furono avvisati ed il Gen. ELAZAR Capo di S.M. chiese la mobilitazione immediata.
Il Gen. DAYAN Ministro della Difesa non era molto convinto e la propose solo per 2 divisioni.


Il Gen. ELAZAR d’iniziativa ordinò la immediata mobilitazione di 100 mila uomini e venne dato l’ordine che appena riunite le singole compagnie venissero avviate al fronte. Tuttavia a causa dello YOM KIPPUR sia la radio sia la TV erano mute, (la mobilitazione veniva annunciata anche con questi mezzi), e tutte le operazioni si avviarono in ritardo ed addirittura, in alcuni casi le richieste non vennero credute ed eseguite.


Ed ora accenniamo alle battaglie sui due fronti distinti.
19.
GOLAN


L’attacco siriano iniziò, come quello egiziano, pochi minuti prima delle 14. Tre stormi di MIG (circa 100 aerei) e 500 pezzi di artiglieria sottoposero a bombardamento le posizioni israeliane più avanzate per circa 50 minuti.
Poi mossero le 3 divisioni in 1^ schiera: la 7^ A NORD che attaccò il MONTE ERMON, la 9^ al centro e la 5^ a SUD.
Il piano prevedeva una doppia manovra avvolgente da NORD e da SUD: obiettivo i ponti sul fiume GIORDANO.
20. Le 2 Brigate israeliane che le fronteggiavano si batterono disperatamente e riuscirono a ritardare fino a sera il superamento del fossato anticarro.
Fu una battaglia selvaggia. Gli israeliani sapevano di non poter cedere terreno e quindi resistevano anche quando venivano superati. La tattica di sfondamento e prosecuzione senza preoccuparsi dei centri di fuoco sopravvissuti questa volta, 
21. per i  siriani non fu pagante perché l’abilità dei puntatori dei carri israeliani CENTURION era straordinaria ed i mezzi corazzati siriani ebbero perdite enormi.
Gli israeliani nell’attesa dell’arrivo dei riservisti furono costretti ad impiegare massicciamente l’aviazione. Ma se era relativamente facile abbattere i MIG di Damasco, non si riusciva però ad effettuare le operazioni di attacco al suolo. Infatti quando gli aerei israeliani cercavano di abbassarsi per colpire le forze corazzate siriane, venivano accolti da un efficace sbarramento contraereo di missili SAM sovietici e pagarono un pesante tributo.
22. Mentre a NORD ed al CENTRO i progressi siriani sono significativi ma contenuti, (la 7^ Brigata israeliana ha messo fuori combattimento oltre 200 carri), a Sud la 5^ Div. Meccanizzata ha sfondato le difese Israeliane a RAFID e, il Comando Siriano, giustamente, decise di sfruttare il successo inserendo sulla sua scia la 1^ Div. Carri ed una Brigata carri della 3^.
Sono circa 600 carri che avanzano il 7 ottobre.
Gli israeliani, nel settore ne dispongono di una ventina.
Lo stesso comando israeliano a NAFAK è minacciato.
22b. Solo l’intervento delle prime unità carri dei riservisti tampona la situazione. Ma anche gli aerei possono ora dare il loro apporto perché l’avanzata siriana ha portato i suoi carri fuori dalla copertura dei missili contraerei che sono rimasti fermi nella loro dislocazione iniziale.
Nel tardo pomeriggio del 7 pur avendo colpito e fermato circa 400 carri siriani, il quadro rimane preoccupante. Se le truppe di DAMASCO continuano ad avanzare la GALILEA settentrionale è in pericolo.
23. Avviene però un miracolo. Alle 17, ai comandanti siriani viene dato l’ordine di fermarsi e consolidare le posizioni raggiunte.
Non esiste una spiegazione per questo comportamento.
Probabilmente i motivi furono diversi: elevato numero di perdite, difficoltà nei rifornimenti, mancato intervento dei battaglioni drusi libanesi che si rifiutarono di intervenire.
Inoltre i Comandanti di grado più elevato furono chiamati ad un Consiglio di guerra convocato a 40 Km. dietro la linea del fronte a KATAMA.
23b. Nella notte l’arrivo di 2 divisioni corazzate israeliane della riserva consente, l’indomani 8 ottobre, il 1° contrattacco ed il fronte viene stabilizzato. Il 9 ottobre inizia l’avanzata israeliana che benché duramente contrastata ha successo.
24. Il 10 la 1^ Div. Cor. Siriana viene imbottigliata e distrutta.
Ora i siriani iniziano a ritirarsi lasciando sul campo 870 carri armati, migliaia di veicoli e centinaia di cannoni.
Anche gli israeliani però hanno subito perdite pesanti: 250 carri.
A TEL AVIV dopo molte discussioni si decide di superare la linea del 1967 e creare una penetrazione di circa 20 Km., da dove si può bombardare DAMASCO con le artiglierie pesanti.


artiglieria israeliana sul fronte siriano
Ma non si può esagerare per non provocare un intervento diretto della RUSSIA.
L’esercito siriano si schiera a difesa di Damasco e chiede l’intervento degli alleati arabi.
Il 13 ottobre intervengono truppe corazzate irachene. Ma subiscono perdite pesantissime. Interviene anche una brigata corazzata giordana della “LEGIONE ARABA” che mette in serie difficoltà il fianco destro degli israeliani. Ma l’attacco giordano fallisce quando l’artiglieria irachena, priva di collegamento, prese a cannoneggiare i carri di Re Hussein. Non solo, per la mancanza di coordinamento alcuni caccia iracheni vennero abbattuti dai missili siriani che l’identificarono come nemici.
24b. Ormai sul fronte siriano la minaccia era stata respinta ed il 17 ottobre unità corazzate israeliane vengono ritirate ed avviate sul fronte SUD, quello del SINAI.


T62 siriano abbandonato sul Golan

FRONTE DEL SINAI.



25. L’operazione del forzamento del Canale di Suez e della costituzione di teste di ponte sulla riva orientale era stata lungamente pianificata. La 2^ e la 3^Armata erano schierate e pronte a muovere.
Qualche minuto prima delle ore 14, 200 caccia bombardieri egiziani attaccano le posizioni israeliane ma i danni sono lievi ed una quarantina di essi vengono abbattuti.
Il bombardamento d’artiglieria invece risulta molto pesante. 2 mila pezzi, solo nel 1° minuto rovesciano oltre 10 mila colpi sulle postazioni israeliane e contemporaneamente gruppi di “COMMANDOS” attraversano il canale sotto il fuoco israeliano, intenso solo in alcuni tratti.
Appena preso terra i “COMMANDOS” scalano il terrapieno e posizionano i loro missili controcarro.
Alle 14,30, 4 mila uomini su oltre 700 battelli pneumatici attraversano il canale. Una parte attacca le fortificazioni, altri si spingono avanti e raddoppiano lo schieramento c/c.
Armi e materiali sono trasportati su strani carrelli che gli uomini spingono sui bastioni sabbiosi.
Per la cronaca le ruote sono quelle degli “scooter” italiani VESPA.
26. Dopo pochi minuti parte la 2° ondata e quindi una terza.
Per aver ragione del terrapieno di sabbia e far affluire armi pesanti e cingolati, vengono usate lance ad acqua i cui getti ad altissima pressione sciolgono la sabbia ed aprono passaggi.
Alle 16,30 25 mila soldati sono oltre il canale ed hanno formato 5 teste di ponte.

la bandiera egiziana issata sulla riva israeliana del canale

27. Intanto si stanno costruendo 10 ponti prefabbricati e l’attraversamento, che gli egiziani avevano valutato, costasse, diverse migliaia di morti e feriti, ha causato la perdita di solo 200 uomini.



Trasportati da elicotteri, che nella quasi totalità vengono abbattuti, i sopravvissuti verranno dispersi ed eliminati.
28. Tutti i fortini della BAR-LEV sono attaccati ed isolati e la 252^ Div. Carri israeliana che cerca di contenere la progressione nemica e dare manforte alle guarnigioni dei fortini, perde in breve, a causa dei missili c/c filoguidati, russi circa 150 carri.


M60 israeliano colpito nel Sinai

E’ un’altra sorpresa per gli israeliani che fino ad allora avevano ritenuto il carro la migliore arma c/c. Invece, contro consistenti schieramenti di missili c/c sarebbero stati indispensabili estesi concentramenti di artiglieria. Ma Israele dispone di pochissimi semoventi ritenendo l’artiglieria poco utile ed ora paga il fio di questa errata valutazione.
Come stava succedendo sul fronte siriano, anche l’impiego dell’aviazione sul Canale, non trovò i MIG egiziani ma dovette fare i conti con i missili c/a schierati in gran copia e su più linee sulla sponda egiziana.
Il giorno 7 le teste di ponte egiziane si erano collegate ed ingrandite ed ora ne risultavano 3 principali, ampie ciascuna una ventina di Km. e profonde fino a 3 nelle zone di EL QANTARA, DEVERSOIR e TEWIQ.
Richiamato in servizio in tutta fretta, il Gen, SHARON, al quale fu affidata una divisione corazzata della riserva, propugnò immediatamente un contrattacco in forze, mentre DAYAN propendeva per un ripiegamento strategico fino alle alture del SINAI il che significava lasciare che le guarnigioni dei fortini cadessero prigioniere.
Questo orientamento, contrastava con la regola più importante dell’esercito israeliano e di cui ARIEL SHARON era uno dei più autorevoli fautori: “un uomo che sa che i suoi commilitoni rischieranno la vita in 10, in 100 per lui, non avrà mai paura del combattimento”.
28b. Il tentativo di contrattaccare tutte le penetrazioni egiziane non dette i risultati sperati perché le forze vennero disperse e subirono forti perdite dai missili c/c egiziani.
Tra i comandanti delle forze israeliane scoppiarono violenti contrasti. Mentre il Capo di S.M. Gen. ELAZAR ed il Comandante del fronte Sud Gen. SHMUEL GONEN ritenevano di dover attaccare in diversi punti lungo il CANALE in modo da riguadagnare tutto il terreno perduto, 
29. altri generali, come SHARON ritenevano che si dovesse concentrare lo sforzo in un solo settore, per attaccare in profondità lo schieramento nemico, facendolo crollare poi per aggiramento.
Nei giorni successivi la situazione rimase confusa, fra gli attacchi egiziani che tentavano di ingrandire le teste di ponte e gli israeliani che contrattaccavano in ordine sparso senza riuscire a capovolgere le sorti del conflitto.
E le grandi potenze cosa facevano?
30. Nel maggio dell’anno prima, il 1972, NIXON e BREZNEV avevano firmato un accordo in base al quale si affermava che: “gli STATI UNITI e l’UNIONE SOVIETICA hanno una responsabilità speciale, quella di fare tutto ciò che è in loro potere per evitare conflitti che rischierebbero di accrescere la tensione nel mondo”.
Ora mentre il Segretario di Stato KISSINGER era convinto che meno gli STATI UNITI avessero fatto a favore di ISRAELE e più l’UNIONE SOVIETICA avrebbe apprezzato il loro atteggiamento, i sovietici non solo avevano riarmato l’EGITTO e la SIRIA ma, sin dai giorni precedenti il conflitto (la RUSSIA conosceva la data di inizio della guerra) avevano messo in atto un ponte aereo in favore di DAMASCO e del CAIRO capace di recapitare ai belligeranti fino a 600 tonnellate di materiali al giorno.
31. Dopo quasi una settimana di combattimenti, la situazione vedeva le forze egiziane attestate saldamente sulla riva orientale del CANALE con 2 teste di ponte:
a NORD con la 2^ armata lungo il CANALE per 87 Km., e profonda circa 5÷8 Km. all’altezza di EL QANTARA. A SUD con la 3^ armata lungo 75 Km. e profonda 15 Km..
Però tra le 2 teste di ponte, all’altezza del GRANDE LAGO AMARO c’era una soluzione di continuità, quasi un buco ampio 8 Km.
Tra i comandanti israeliani ormai, era prevalsa la soluzione SHARON: fare massa in una sola direzione e se possibile portare le proprie forze al di la del CANALE.
Il cessate il fuoco poteva essere imposto in qualsiasi momento ed era vitale per Israele non farsi trovare in posizione militare sfavorevole.
Il piano di SHARON dovette comunque aspettare: sia perché gli STATI UNITI non si decidevano a fornire i rifornimenti richiesti, sia perché in quelle ore era in atto la battaglia decisiva sul fronte NORD, sul GOLAN, che (come abbiamo visto) rappresentava ancora il confine più critico per Israele.
Il giorno 13 KISSINGER era riuscito ad ottenere dalla RUSSIA l’assenso ad un “cessate il fuoco”, ma grande fu la sua meraviglia quando si sentì rispondere, che SADAT non ne voleva sapere. (Il motivo c’era).
32 Secondo quanto previsto dal piano originario del CAIRO, il 14 ottobre infatti, doveva iniziare la 2° fase dell’offensiva tendente ad espandere il controllo nel SINAI e raggiungere eventualmente l’area dei passi di GIDDI e di MITLA.
A questo punto KISSINGER non potè più ignorare che il ponte aereo sovietico era di dimensioni inaudite e, sotto la spinta di una consistente parte del CONGRESSO degli STATI UNITI, aderì alla richiesta di Israele ed autorizzò la costituzione di un ponte aereo fra le basi statunitensi in EUROPA e TEL AVIV.
La rappresaglia dei paesi dell’O.P.E.C. non si fece attendere.
Il 17 ottobre fu annunciata una riduzione nella produzione del greggio, e subito dopo l’embargo totale nei confronti degli STATI UNITI.
E fu la 1° crisi petrolifera mondiale.
Il 14 iniziò il tentativo di avanzata egiziano.
Dopo un’ora di fuoco di preparazione effettuato da aerei egiziani,iracheni, libici ed artiglierie, su un fronte di 150 Km., furono lanciati 120mila uomini, 1200 carri e 14 batterie di SAM sovietici.
Gi israeliani opposero 70mila uomini ed 800 carri.
Nel complesso su questo campo di battaglia si trovò un numero quasi doppio di mezzi pesanti rispetto ad EL ALAMEIN ed inferiore di poco alla più grande battaglia di carri, quella di KURSK sul fronte russo nella 2^ GUERRA MONDIALE.
Ora però le forze corazzate egiziane si muovevano fuori dall’ombrello protettivo sia dei missili c/a ed in parte anche di quelli c/c e quindi dovettero ingaggiare le forze corazzate di Israele nel classico combattimento carro contro carro.
Qui la superiorità degli equipaggi israeliani era evidente.
In poche ore 500 mezzi corazzati egiziani furono messi fuori combattimento contro la perdita di 40 carri israeliani.
33. Il vero punto di svolta avvenne tuttavia, nella notte fra il 15 ed il 16 ottobre con l’attuazione da parte israeliana dell’”OPERAZIONE GAZZELLA” affidata alla forze assegnate al Gen. SHARON: 3 Brigate corazzate di 100 carri ciascuna ed una Brigata paracadutisti.
Compito: costituire una testa di ponte in territorio egiziano attraversando il CANALE all’altezza della cerniera fra le 2 Armate egiziane, appena sopra il GRANDE LAGO AMARO.
Subito dopo, sarebbero affluite le forze del Gen. ADAN che avrebbe puntato a SUD alle spalle della 3^ Armata egiziana, mentre lo stesso Gen. SHARON si sarebbe diretto a NORD alle spalle della 2^ Armata.
SHARON non si ritenne vincolato da tabelle di marcia come pretendeva il suo superiore Gen. GONEN e dette un’interpretazione del tutto personale degli ordini ricevuti.
Appena i paracadutisti arrivarono al CANALE, SHARON resosi conto che la contrapposizione egiziana era pressoché nulla ordinò immediatamente l’attraversamento, utilizzando i cosiddetti 34 “coccodrilli”, veicoli anfibi francesi adatti sia per il trasporto sia come elementi di ponte.



All’alba del 16 ottobre, i paracadutisti e poco più di una decina di carri israeliani erano sul suolo egiziano. Dopo un paio d’ore la testa di ponte era di 5 Km.. SHARON era dell’idea di puntare verso IL CAIRO ma GONEN lo fermò, perché l’alimentazione delle forze sul suolo egiziano non era sicura.
Il contrasto fra i 2 generali (GONEN era il superiore diretto di SHARON)era continuo e si rifletteva anche sull’uso dei “coccodrilli” che SHARON pretendeva di usare come zattere per portare rapidamente quanti più uomini e mezzi possibili al di la del CANALE, mentre GONEN insisteva perché venissero utilizzati per la costruzione di un ponte in attesa dell’arrivo della Divisione del Gen. ADAN.
35 SHARON comunque non rimase fermo, allargò la testa di ponte e puntò verso Nord con poche forze corazzate, spazzando via tutto ciò che incontrava prima di essere richiamato indietro.
In realtà nell’area di attraversamento si accesero violenti scontri per l’arrivo di forze della 16^ Div. di fanteria e della 21^ Div. Carri egiziane, le quali nella zona della cosiddetta “fattoria cinese” fecero il possibile per fermare l’afflusso dei mezzi israeliani.
Tuttavia, benché (come aveva previsto SHARON) il ponte appena costruito dal Gen.GONEN fosse diventato un colabrodo, per gli interventi dell’aviazione e dell’artiglieria egiziane, iniziò il passaggio della Divisione ADAN sui “coccodrilli” in funzione di zattere.
Il comando egiziano, fortemente centralizzato e lontano dal luogo di combattimento, non aveva ben compreso quello che stava succedendo. Dai confusi rapporti che riceveva, ritenne si trattasse di un semplice raid israeliano e per diverse ore non vi dette molto peso.
Non solo, quando il Capo di S.M. Gen. SA’D AL-SHAZLI si accorse del pericolo ed ordinò un contrattacco in forze, le disposizioni e gli ordini dovettero passare attraverso una lunga trafila burocratica prima di arrivare ai reparti, e quando arrivarono, a causa dei ritardi, la situazione sul fronte dei combattimenti non era più quella che aveva originato gli ordini e quindi gli stessi ordini non erano più validi.
Questo non accadeva per le unità israeliane, sia per la presenza in linea dei comandanti, sia perché gli stessi comandanti ad ogni livello agivano di iniziativa, anche se talvolta come nel caso del Gen. Sharon, al limite dell’insubordinazione.
L’arrivo delle forze israeliane al di là del Canale ebbe anche un effetto decisivo sulla guerra aerea, perché ora i carri di Sharon attaccavano e distruggevano con facilità le batterie c/a egiziane e gli aerei israeliani potevano intervenire sempre più agevolmente in appoggio ravvicinato.
La posizione d’Israele era decisamente migliorata, non solo per l’avanzata di Sharon, ma anche perché il ponte aereo degli americani riversava ora tonnellate di materiale che compensava largamente le perdite dei mezzi dei primi giorni degli scontri.
A questo punto i sovietici che pure alimentavano massicciamente il loro ponte aereo, anche a causa della piega che stava prendendo la situazione sul fronte siriano, mobilitò i suoi reparti d’assalto aeroportati facendo circolare la voce di un possibile intervento diretto a fianco dei siriani.
36 Nella notte fra il17 ed il 18 ottobre,, la Divisione di ADAN completò il passaggio del CANALE e puntò a SUD per l’accerchiamento della 3^ Armata egiziana.
SHARON scalpitava per puntare verso NORD, ma il Gen, GONEN pretese la riconquista dell’opera fortificata israeliana “MISSOURI” per allargare l’area di alimentazione.
L’attacco avvenne nel pomeriggio del 21 ma avendo impiegato una sola Brigata, l’azione fallì e vi furono forti perdite.
GONEN pretese che l’attacco venisse ripetuto con forze maggiori e SHARON si rifiutò, asserendo che il suo vero obiettivo era l’accerchiamento della 2^ Armata e non di fermarsi per riconquistare una postazione.
37 L’intervento di DAYAN Ministro della Difesa mise fine alla diatriba definendo “aberrante” l’ordine di GONEN ed autorizzando SHARON di procedere verso ISMAILIA.
Ma ormai le attività diplomatiche si erano fatte più serrate.
38 SADAT, come NASSER nel 1967, era rimasto all’oscuro della drammatica situazione in cui si stavano trovando gli egiziani e solo, a seguito di un viaggio di KOSSIGHIN al CAIRO, che mostrò al RAIS le foto satellitari con le posizioni di vantaggio degli israeliani, diventò subito più disponibile.
L’accordo russo-statunitense per la cessazione del fuoco fu approvato dal CONSIGLIO di SICUREZZA dell’O.N.U. il 22 ottobre con la forte opposizione di ISRAELE, le cui forze a SUD avevano superato la città di SUEZ ed al momento del cessate il fuoco, alle ore 19 sempre del 22 ottobre: erano ad 80 Km. dal CAIRO; avevano conquistato 1200 Km² dell’Egitto contro i 600 degli egiziani nel SINAI la 3^ Armata egiziana di oltre 30mila uomini era completamente accerchiata e divisa in sacche.
Nella notte sul 23 il Comandante egiziano della 3^ Armata tentò di riprendere i combattimenti per spezzare l’assedio.
L’azione non riuscì ed anzi consentì ad Israele di proseguire verso SUD conquistando il porto di ADABIAH.
KISSINGER che non voleva l’umiliazione degli egiziani ed anche per non indispettire i russi riconvocò il CONSIGLIO di SICUREZZA che approvò un nuovo “cessate il fuoco” per le ore 7 del 24 ottobre e che fu accettato anche dalla SIRIA.
La RUSSIA chiese di inviare truppe sovietiche e statunitensi per far rispettare la tregua, ma lo scopo vero era quello di evitare la resa degli egiziani accerchiati senza viveri e senz’acqua; nelle mani degli israeliani. Gli STATI UNITI si opposero fermamente e fu concordato l’invio di CASCHI BLU.
38b La guerra poteva dirsi conclusa e sulla vittoria di ISRAELE non c’erano dubbi. Ma il fatto che gli egiziani fossero riusciti ad invadere il SINAI e mettere inizialmente in crisi gli israeliani salvava l’onore militare dell’EGITTO.
In Israele, il mito dell’invincibilità delle sue forze armate, era stato duramente scalfito e seppure alla fine esse erano giunte alla vittoria,nella fasi iniziali della campagna avevano rischiato il collasso.
Venne nominata una Commissione d’inchiesta, la COMMISSIONE AGRANAT e furono riscontrati, nell’impiego delle FORZE ARMATE gravi errori, definiti quasi fatali nei servizi di informazione e sicurezza e nelle scelte del governo.
I responsabili ne pagarono le conseguenze.
Nel maggio del ’74, GOLDA MEYR fu costretta a dare le dimissioni ed il laburista YITZAK RABIN formò un nuovo governo senza DAYAN e senza ABBA EBAN.
SADAT fu più illuminato e pragmatico. Il suo progressivo distacco dalla RUSSIA coincise con un sempre più concreto avvicinamento al blocco occidentale ed agli STATI UNITI che si tradusse nel novembre del 1977 in una visita in ISRAELE, per instaurare un rapporto diretto con il grande nemico di quattro guerre.
39 Fu un grande evento che portò alla ratifica degli accordi di pace a CAMP DAVID negli STATI UNITI nel settembre del 1978.
39b Si procedette su 2 linee distinte:
disimpegno di ISRAELE dal SINAI (avvenuto nell’82) e riconoscimento di ISRAELE da parte dell’EGITTO; avvio di procedure per conferire uno status autonomo ai territori destinati ai palestinesi: la striscia di GAZA e la CISGIORDANIA.
Il trattato però impegnava solo l’Egitto e non fu accettato ne dai palestinesi ne dagli stati arabi, e che anzi espulsero l’Egitto dalla Lega Araba, dove rientrò solo a fine anni ’80 col declino dell’Unione Sovietica.
40 Sadat pagò con la vita la sua apertura ad Israele.
Il 6 ottobre 1981 durante la parata militare per l’anniversario della guerra fu ucciso in un attentato effettuato da fondamentalisti islamici facenti capo ai FRATELLI MUSULMANI contrari ad Israele ed alla modernizzazione del paese.
ISRAELE, ora non doveva più temere per i suoi confini occidentali. Il centro d’attrazione si spostava più ad EST dove l’Iraq di SADDAM HUSSEIN tentava di raccogliere l’eredità di NASSER nel sostenere il terrorismo palestinese e contrastare le richieste, e l’invadenza occidentale per il petrolio.
Di quello che è successo poi nel M.O. siamo stati e siamo tutt’ora testimoni.
41 Al di la del riconoscimento di ISRAELE da parte dell’EGITTO e della GIORDANIA i problemi già esistenti 40 anni fa nel M.O. sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Creazione di uno Stato palestinese Status di GERUSALEMME: dichiarata eterna ed irrinunciabile capitale di Israele ma culla e depositaria di Luoghi santi di 3 religioni: ebraica, cristiana, musulmana; Riconoscimento, vero, accettato, indiscusso del diritto all’esistenza di ISRAELE.
Finito il regime di SADDAM HUSSEIN, è in atto in IRAQ una guerra civile dove il fondamentalismo islamico riesce a trovare una palestra quanto mai agevole per mantenere sempre viva la lotta contro tutto ciò che l’occidente rappresenta ai loro occhi: la democrazia, l’uguaglianza fra uomini e donne, la libertà di pensiero e di religione.
Fondamentalismo facilitato anche dall’atteggiamento ambiguo e spesso cinico e talvolta connivente di qualche potenza europea, e da talune forze politiche. Nell’insieme,per miopi interessi di bottega, in ossequio a ideologie scadute e già condannate dalla storia, e soprattutto in odio verso l’unica vera potenza occidentale gli STATI UNITI, finiscono per mettere sullo stesso piano: l’attentato terroristico sferrato da chi disconosce il diritto di Israele all’esistenza e la reazione militare di chi difende il proprio diritto alla vita. E nella condanna indistinta della violenza e nell’appello generico alla pace si finisce di fatto per legittimare il terrorismo arrivando a nobilitarlo come “resistenza” all’occupazione, riferita anche ai nostri soldati.
In questo clima saturo di disinformazione, la realtà viene mistificata ed i pregiudizi ideologici finiscono per fare da cassa di risonanza ai deliranti proclami di capi fondamentalisti che chiamano i popoli arabi alla guerra santa contro “i crociati” e l’occidente,previa cancellazione di ISRAELE dalle carte geografiche.
Questo è il momento che stiamo vivendo e del quale inoltre non si intravede la fine.
Per completare questa rievocazione proponiamo anche il seguente documentario

martedì 10 settembre 2013

RILEGGENDO OGGI IL MOTTO DI ARON: “PACE IMPOSSIBILE, GUERRA IMPROBABILE”

Interessante articolo di Mario Tonti dal sito Centro per la Riforma dello Stato del 4 nov. 2005

Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali. Perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.


Elenco alcune motivazioni che mi hanno spinto a scegliere questo taglio del discorso. Sono naturalmente motivazioni polemiche verso il senso comune intellettuale corrente. Non mi ritrovo d’accordo con l’idea che sarebbe intervenuta, recentemente e drammaticamente una cesura nella storia delle relazioni internazionali. O forse si potrebbe dire meglio che non vedo lo stesso tipo di cesura. Cerco di sfuggire in ogni modo all’enfasi “epocale” sull’11 settembre. Cerco di allontanarmi il più possibile dai discorsi sul dopo-'89. Ci tengo cioè a disimpegnarmi da qualsiasi tipo di chiacchiera post-moderna. Il mio problema di filosofia politica è oggi il dopo-Novecento, con tutto il carico di riflessioni sul passato che per fortuna non passa, sulle eredità, quelle sì d’epoca, da assumere e su quelle da respingere, sulle novitates vere intervenute dopo, che non compongono nuovi inizi ma impegnano a nuovi passaggi. Leggo qui dentro “guerra e pace”.


Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali: assumo senza patemi d’animo questa definizione “revisionista” del Novecento politico, utilizzandola a miei fini. Raymond Aron scrive Pace e guerra tra le nazioni tra 1960 e 1961. Il libro appare nella primavera del 1962. A ottobre-novembre 1962 esplode la crisi di Cuba. Ci si ferma, responsabilmente, sull’orlo della guerra nucleare. Interessante notare che intorno a quell’episodio, tra il prima e il dopo, la guerra fredda si stava trasformando in coesistenza pacifica. Le crisi servono a questo, ad accelerare i processi di cambiamento. Non cambia mai niente quando c’è solo sviluppo graduale. Che cos’era “guerra fredda”? Era scontro tra grandi potenze, o blocchi di potenza, armati di ideologie forti. Democrazia e comunismo erano allora miti collettivi contrapposti, sfere di appartenenza mobilitanti, che nascondevano e mascheravano prevalenti e fondamentali aspetti geopolitici. In realtà siamo già oltre la guerra tra le nazioni. L’ultima, forse, di queste guerre tradizionali fu la prima grande guerra, con le sue forme politiche e i suoi apparati tecnologici ancora ottocenteschi. Poi, tra gli anni venti e trenta – i due decenni decisivi del Novecento – avviene qualcosa di storicamente essenziale: la costruzione del socialismo in un paese solo, la grande crisi capitalistica, l’irruzione della soluzione totalitaria. La vera sostanziale trasformazione della guerra, e del rapporto pace/guerra avviene lì. Dentro la guerra totale si comincia a cercare e a sperimentare l’arma altrettanto totale, per chiudere la guerra e soprattutto per il comando sulla pace. Le guerre, che sono episodi storici di breve periodo, si combattono per conquistarsi il dominio sulla lunga durata della pace.

La terza grande lunga guerra mondiale (1947-1991, insisto 1991 e non 1989) comincia in realtà a Hiroshima: l’Arma di distruzione di massa chiude la guerra con il Giappone e apre la pace con l’URSS. Sia chiaro a tutti chi comanderà dopo. La terza guerra mondiale del Novecento sarà lunga perché non guerreggiata, o guerreggiata a livello globale/locale, non dico glocale per rispetto della lingua: formule, queste, che sembrano nuove di zecca ma stanno già lì e fanno parte del vecchio nihil novi . La globalizzazione dei mercati, delle monete, della produzione trova anticipazione fondativa nella globalizzazione delle guerre, con ricadute territoriali, in perfetta coerenza con le logiche di sistema. Corea, Suez, Algeria, Vietnam, il conflitto israelo-palestinese, per citarne alcune e dimenticarne altre, erano al tempo stesso guerre locali di dimensione sovranazionale e guerre civili interne alle nazioni, a volte interne ai blocchi, come sarà per le “rivolte” nei paesi dell’Est. A volte dimentichiamo di essere stati, noi, militanti, anzi combattenti della guerra fredda: per quanto mi riguarda combattente non pentito, avendo liberamente scelto la funzione di intellettuale organico di una parte contro un’altra, e producendo cultura proprio con questa forma di pensiero. Forte era la consapevolezza che lo scontro ideologico fra i due blocchi fosse guerra mondiale non guerreggiata. Il carattere mondiale della guerra vuole infatti che ci siano due sfere sovranazionali di quasi eguale potenza. La novità era nel fatto che la guerra fredda si presentava apertamente come “pace armata”, fondata sull’equilibrio del terrore “possibile”. Solo quando l’Arma fu nelle mani di tutti e due i contendenti, la pace impossibile divenne guerra improbabile.


"L’economia compare con la scarsità. L’abbondanza lascerebbe sussistere problemi organizzativi e non calcoli economici. Analogamente, la guerra cesserebbe di essere uno strumento della politica il giorno in cui cagionasse il suicidio comune dei belligeranti. La capacità di produzione industriale rende una certa attualità all’utopia dell’abbondanza, la capacità distruttrice delle armi rianima i sogni di pace eterna"(R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano 1970, p.38). Dal tempo del Vom Kriege di Clausewitz – dice Aron – due sono i mutamenti essenziali intervenuti: il salto dell’innovazione tecnica, che porta all’arma nucleare; l’estensione planetaria della società degli Stati, che porta oltre la dimensione europea. A proposito dell’armamento nucleare, parecchi fra teorici e pubblicisti hanno tratto la conclusione ormai banale, anzi triviale, secondo cui la guerra non sarebbe più la continuazione della politica con altri mezzi;. Aron si guarda bene dal riprodurre questa formulazione triviale. Quando, con la combinazione di armi di distruzione di massa e mondializzazione dei conflitti, oggi potremmo dire, quando con la forma-terrorismo globale, si passa a un livello superiore della scala della violenza e si mette in moto la famosa “ascesa agli estremi”, proprio allora ritorna l’obbligazione a scegliere definitivamente tra i due princìpi clausewitziani: "quello di distruzione, di annientamento e di decisione da una parte, quello di supremazia della politica dall’altra". "Se, come sono convinto, quest’ultimo principio domina il pensiero di Clausewitz nella sua sintesi finale, si ha il diritto di scrivere che solo il nostro secolo, o addirittura i nostri giorni, hanno pienamente chiarito il significato della teoria clausewitziana e della formula-cliché" (R.Aron, Clausewitz, il Mulino, Bologna 1991, pp. 116-117). I “nostri giorni” sono gli anni settanta del Novecento: Sur Clausewitz esce nel 1987, ma i saggi ivi raccolti furono composti tra 1972 e 1980, contemporaneamente alla elaborazione e pubblicazione di Penser la guerre, Clausewitz (1976).



Supremazia della politica, dunque, primato dell’azione politica sulla logica della guerra, anzi, per essere più precisi insieme a Clausewitz, logica della politica sopra la “grammatica” della guerra (vedi Della guerra, Mondadori, Milano 1970, p.811). Ma ad una condizione: che ci sia una divisione razionale degli interessi strategici in conflitto. E questa, ai nostri giorni, può essere data solo da una struttura bipolare dello scacchiere mondiale. Non è un dover essere. Così è stato. E qui voglio dire una cosa precisa: per la pace, contro la guerra, è più efficace una pratica di equilibrio delle forze che una teoria di regole condivise sotto l’egida di istituzioni al di sopra delle parti. Di qui, una necessità: "la capacità di abbracciare con un solo sguardo la guerra nella sua totalità" (R.Aron, Pace e guerra tra le nazioni, cit. p.62).La politica – diceva Clausewitz – deve conoscere lo strumento di cui si serve, non può esigere dallo strumento ciò che esso non può dare, è tenuta a sapere ciò che è naturale, ciò che è indispensabile. Della guerra, conoscere allora gli interessi che la muovono, i fini che si propone, l’apparato ideologico che la sostiene. E questo, volta a volta, caso per caso, in situazioni storicamente determinate: per sostituire lo strumento-guerra, renderlo inefficace, considerarlo, e farlo considerare, controproducente. Ma "il primato della politica – scrive Aron – è una proposizione teorica e non un consiglio di azione"(ivi, p. 69).

Questo significa la frase: la politica deve conoscere la guerra. E la formula non è meno vera in tempo di pace che in tempo di guerra. Perché l’unità della politica congloba pace e guerra, diplomazia e strategia. In genere la direzione degli affari esteri oscilla tra due estremi: l’ossessione della sola vittoria militare in tempo di guerra, l’indifferenza alle considerazioni militari in tempo di pace. "Alexis de Tocqueville aveva già notato questa propensione per una duplice frenesia – pochi soldati in tempo normale, poca sottigliezza diplomatica quando parla il cannone – e aveva visto in ciò l’espressione dello spirito democratico. La razionalità ordina invece di pensare alla pace nonostante lo strepito dei combattimenti e di non dimenticare la guerra nonostante il silenzio delle armi" (ivi, p. 63).

Penser la paix : ecco un bel tema. Ma non aspettare la guerra per pensare la pace. E non tralasciare, durante la pace, di pensare la guerra. Il pensiero politico, e la politica pratica, devono avere un’attenzione costante, continuativa, al tema pace/guerra. La mia impressione è che – dopo la fine della guerra fredda – questa attenzione non ci sia più stata. Causa, questa, non secondaria, di crisi della politica moderna, come caduta di classi dirigenti, degrado di élites politiche, miseria di pensiero strategico. Attraverso questo varco passa un fenomeno vistosamente contemporaneo: il linguaggio religioso, che conserva ancora un senso, invade il discorso politico, ormai privo di senso. I fondamentalismi, soprattutto delle religioni monoteistiche, pericolosamente estremizzano tradizioni teologiche tutt’altro che vocate a questo esito. Perché e come sia accaduto tutto questo, è ancora da capire. Io trovo, anche qui, una delle cause nel tanto auspicato e tanto apprezzato crollo delle narrazioni ideologiche, le uniche reti di appartenenza che tenevano insieme, razionalmente, grandi masse umane. Sarebbe onesto riconoscere che quel crollo, cantato in varie lingue come l’inizio della pace perpetua, si è in realtà rivelato come l’origine di un nuovo disordine mondiale. Senza arrivare all’Out of Control di Brzezinski, con il suo global Turmoil , le “guerre di faglia”, di cui parla Huntington, sono davanti ai nostri occhi. La mia tesi è questa: il bipolarismo politico – l’equilibrio di potenza – garantiva un ordine armato senza “ascesa agli estremi” (la famosa espressione di Clausewitz). E’ l’unilateralismo imperiale che provoca squilibrio altrettanto armato, con pericoli di escalation terroristica dall’alto e dal basso, in una terribile confrontation tra superpotenza legale unificata e diffusa forza clandestina. Pace e guerra, oggi, oscillano tra questi incontrollabili estremi.

E’ vero che la fine dello jus publicum europaeum ha lasciato luogo a organismi internazionali di garanzia e di sicurezza. Ma se guardiamo bene, anche quelli si basavano su un oggettivo tacito equilibrio di potenza. Vedi la logica che uniformava il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con i suoi membri permanenti, il diritto di veto, ecc. Non è un caso che, rotto quell’equilibrio, quella logica non funziona più. Quale altra soluzione concreta esiste, al di là delle buone care intenzioni pacifiste, oltre quella del ricostituire quell’equilibrio, del superare l’unilateralismo, del restaurare una reciproca forza di dissuasione? Il terrore statunitense per il proprio declino – fine del secolo americano, avvento del secolo asiatico – esplicitata dall’arrivo dei conservatives alla Casa Bianca: questa è la vera minaccia per il futuro dell’occidente, e della modernità occidentale, che in quanto struttura centrale nella governance del processo di globalizzazione, ributta poi sul mondo la vera minaccia per la pace. Di qui, la necessità politica di un ritorno d’Europa, che non va cercata tanto nella forma delle Carte di princìpi e di diritti, quanto nella costituzione materiale che le assegna la funzione storica di cerniera tra Occidente e Oriente, di ponte tra Nord e Sud del mondo. Interessante quella divisione geopolitica, che si era intravista durante la lunga preparazione e che subito era svanita con la breve conclusione dell’ultima guerra in Iraq: naturalmente demonizzata come una sciagura dai benpensanti di destra e di sinistra. E’ un fatto politico, non un giudizio etico, che la guerra a volte apre spiragli che la pace richiude. Sto parlando di quella divisione, relativamente possibile, e essa stessa al momento improbabile, tra due grandi sfere d’influenza, appunto geopolitiche: sfera euroasiatica da un lato, sfera anglosassone dall’altra. Non per uno scontro, ma per un confronto di civiltà, dialogo competitivo tra grandi differenze sul modo di fare società di donne e di uomini dopo il Novecento. Ancora per una volta, forse, terra e mare, ma con i mostri biblici, Leviathan e Behemoth, addomesticati, civilizzati. Per un nuovo Nomos der Erde.

E dunque, perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. E questo, non per una ragione di antropologia filosofica, pessimistica o realistica, per hobbesismo congenito. Non per una ragione di cristianesimo agostiniano, la civitas diaboli , la caduta, il peccato, il male, come dati naturali ineliminabili e solo redimibili, o con la grazia o con le opere. Ma per una ragione storica, sociale e politica insieme: questo è un mondo tuttora diviso. E malgrado le ideologie dominanti, complessificatrici, comunicative, rizomatiche, tutte democratiche, si tratta tuttora di una divisione dicotomica. La dicotomia che spezzava le società nelle nazioni si è attenuata, ma si è accentuata a livello mondo. Due processi che hanno marciato bene insieme. Un Terzo Mondo era possibile quando c’erano due soluzioni contrapposte, rappresentate da nomi, capitalismo e socialismo, che avevano dietro storia, pensiero, Stato, partito. Ora, non più. Sono rimasti due mondi, quasi senza nome, perché il residuo di eccedenza della divisione in classe è innominabile, pur in presenza di una valenza simbolica addirittura accecante: ricchezza diffusa da una parte, povertà diffusa dall’altra. Scrive Huntington: "In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse". E continua: "All’interno delle diverse civiltà si verificheranno guerre tribali e conflitti etnici". (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltài e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, p.17). Bene. Così non deve essere. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma anche qui, chiedo: c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Il conflitto organizzato è la “messa in forma” della guerra, è la sua neutralizzazione attraverso la politicizzazione. Pensare insieme pace e guerra, ci impegna allora a riafferrare un proposito che sembra definitivamente caduto, quello di ridare forma alla politica.


C’è un libriccino che in questi anni ho molto amato. L’autore è J.-J. Langendorf. Titolo: Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz (Adelphi, Milano 1980). La kantiana Critica sui limiti della ragione viene applicata alla razionalità della guerra. La realtà della guerra è inconoscibile come l’in sé della realtà, il noùmeno. Il fatto di guerra non si lascia circoscrivere in alcun modo, poiché l’avversario sfugge per definizione a ogni tentativo di delimitazione. Questo si è capito dopo Valmy, nel passaggio dalla guerra fridericiana alle guerre napoleoniche, dalla forma razionale della guerra alla guerra come luogo del demoniaco, dove conta l’azzardo, la sorpresa, la volontà, la decisione. La stessa cosa, su scala maggiore e con una progressione ulteriore, accade dopo la fine dello jus publicum europaeum . La guerriglia entra nella guerra. Accanto alle due figure simboliche di Aron, il diplomatico e il soldato, irrompe il partigiano. Lo “scatenarsi dell’irrazionale” prende anche questa forma. Conoscere pace/guerra vuol dire anche conoscere la non ragione della guerra. Del generale von Lignitz si diceva che "le azioni lo interessavano solo quando erano sul punto di compiersi. Quelle già compiute lo annoiavano". Piacevole sorpresa quel giorno che prese a parlare dell’avvenire. "Cominciò col raccontarci una storiella scritta da un suo compagno – un certo Kleist, mi sembra – suicidatosi da poco. Si trattava stranamente di un duello tra un orso e un celebre schermitore, il quale, malgrado tutta la sua scienza, la sua abilità e la raffinatezza nelle finte, non riusciva ad infliggere una stoccata decisiva all’animale, che si difendeva in virtù di una estrema economia di mezzi e le cui parate non erano in realtà che dei gesti grossolanamente abbozzati". E’ la tranquilla “filosofia dell’orso” di Kutusov contrapposta alla rapacità della sempre mobile scherma napoleonica. "L’intelligenza non è essenziale alla guerra: anteponetele la calma profonda dell’essere, e della forza"(ivi, pp. 843-86).

Così noi oggi: al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.

domenica 8 settembre 2013

Si può espellere la guerra dalla storia?

Interessante articolo di Galli della Loggia apparso su Corriere.it l'8 settembre 2013.


Quale persona ragionevole può preferire la guerra alla pace? Non stupiscono dunque i vasti consensi che alla luce di un possibile intervento militare americano in Siria ha ricevuto l'appello del Papa contro la guerra. Appello che, si badi, non evoca affatto l'argomento che in questo specifico caso la guerra sarebbe ingiustificata (cioè «non giusta»), ma esprime semplicemente un reciso e totale no alla guerra. Proprio questo carattere generale e programmatico dell'appello papale alla pace - oggi in palese sintonia con un orientamento profondo proprio dello spirito pubblico dell'intera Europa continentale - solleva però almeno tre grandi ordini di problemi, che sarebbe ipocrita tacere.


l) L'ostilità di principio alla guerra (fatto salvo, immagino, il caso di una guerra di pura difesa, tuttavia non facilmente definibile: la guerra dichiarata dalla Gran Bretagna e dalla Francia alla Germania nel 1939, per esempio, era di difesa o no?) cancella virtualmente dalla storia la categoria stessa di «nemico» (e quella connessa di «pericolo»). Cioè di un qualche potere che è ragionevole credere intento a volere in vari modi il nostro male; e contro il quale quindi è altrettanto ragionevole cercare di premunirsi (per esempio mantenendo un esercito). Chi oggi dice no alla guerra è davvero convinto che l'Europa e in genere l'Occidente non abbiano più nemici? E se pensa che invece per entrambi di nemici ve ne siano, che cosa suggerisce di fare oltre a essere «contro la guerra»?
2) In genere, poi, chi si pronuncia in tal senso è tuttavia favorevole all'esistenza di un'Europa unita quale vero soggetto politico. Un'Europa perciò che abbia una politica estera. La questione che si pone allora è come sia possibile avere una tale politica rinunciando ad avere insieme una politica militare, un esercito e degli armamenti (e quindi anche delle fabbriche d'armi). È immaginabile un qualunque ruolo internazionale di un minimo rilievo non avendo alcuna capacità di sanzione? Altri Stati senza dubbio tale capacità l'avranno: si deve allora lasciare campo libero ad essi? Ma con quale guadagno per la pace? 
3) C'è infine un argomento molto usato per dirsi in generale contro la guerra: «La guerra non ha mai risolto alcun problema». Nella sua perentorietà l'argomento è però palesemente falso. Dipende infatti dalla natura dei problemi: non pochi problemi la guerra li ha risolti eccome (penso a tante guerre per l'indipendenza nazionale, ad esempio); per gli altri bisogna intendersi su che cosa significa «risolvere» (tenendo presente che nella storia è rarissimo che per qualunque genere di questioni vi sia una soluzione definitiva, «per sempre»). Se si parla di un pericolo politico, una «soluzione» può benissimo essere rappresentata dal suo semplice ridimensionamento, dall'allontanamento nel tempo, dalla sostituzione di un nemico più forte con uno meno forte. Tutti obiettivi che un'azione militare è di certo in grado di conseguire. 
Insomma: essere in generale a favore della pace è sacrosanto; proporsi invece di espellere la guerra dalla storia è, come si capisce, tutt'un altro discorso.

lunedì 19 agosto 2013

Il Grossman liberato Sequestrato nel ’61 dal Kgb, riappare il manoscritto di “Vita e destino”. Per l’Urss era “come un’atomica”

Giulio Meotti

“Perché sequestrarlo se è un libro dove non c’è menzogna, né calunnia, mentre c’è verità, dolore, amore per gli altri?”, domandava un affranto Vasilij Grossman all’allora segretario del Partito comunista Nikita Kruscev. Il grande scrittore sovietico morirà senza neppure sapere che fine avesse fatto il manoscritto originale del suo “Vita e destino”, il romanzo, secondo George Steiner, destinato a “eclissare tutti i romanzi che in occidente vengono presi sul serio”. Cinquant’anni dopo, quel manoscritto riemerge miracolosamente dagli archivi dell’ex Kgb. Nel corso di una commovente presentazione al ministero della Cultura, i funzionari dei servizi di sicurezza, rappresentati dal direttore Sergei Smirnov, hanno consegnato alla figlia e alla nipote dello scrittore tredici faldoni bianchi contenenti undicimila fogli manoscritti confiscati a Grossman il 14 febbraio 1961. Erano conservati alla Lubianka, il celebre palazzo che ospita i servizi segreti moscoviti.


Grossman fra le macerie di Stalingrado


La sorte di questo romanzo-epopea e del suo autore, autentico Erodoto della Seconda guerra mondiale, è fra le più incredibili del Novecento. Era il giugno 1941 quando Grossman fu chiamato dal Partito comunista, in cui credeva ciecamente, a seguire l’Armata rossa come corrispondente di guerra. A trentasei anni divenne il faro di Krasnaja Zvezda (Stella rossa), il giornale dell’esercito di Stalin. Grossman era il sommo rappresentante del realismo socialista, i suoi scritti apprezzatissimi anche da Maxim Gorkij. Raccontò in presa diretta “le rovine e le ceneri di Gomel, Cernigov, Minsk… il Kreschatik – la strada principale di Kiev – ridotto in polvere, nere colonne di fumo levarsi sopra Odessa in fiamme, Varsavia rasa al suolo…”, e poi la resistenza di Stalingrado, l’arrivo a Berlino. Come testimoniò Viktor Nekrassov, “leggevamo e rileggevamo senza fine i giornali che contenevano le corrispondenze di Grossman, fino a che le pagine non cadevano a brandelli dalle nostre mani”. 
All’epoca dei piani quinquennali di Stalin, Grossman credette al punto tale nella costruzione dell’uomo nuovo da abbandonare i cantieri del Donbuss, dove lavorava come chimico, per mettersi a raccontare l’epopea dei militanti bolscevichi, con romanzi edificanti, per esempio, sul dilemma di una donna, commissario politico nell’Armata rossa, divisa nel 1920 tra lotta politica e maternità, mentre sull’Ucraina incombe la controffensiva polacca.


Al seguito dell’Armata rossa, Grossman arriva per primo a Varsavia, facendosi strada fra le macerie del ghetto ebraico, dove dopo l’eroica rivolta trova solo un muro coperto di vetri rotti e migliaia di cadaveri. Poi giunge a Treblinka, nel settembre del 1944, in quell’immensa fabbrica di morte del popolo ebraico. Da lì si spinge quindi oltre l’Oder, sul fronte, per raccontare la controffensiva russa in Germania, con i carri armati che avanzano fra “centinaia di contadini barbuti, con donne, bambini, interi villaggi che da prigionieri avevano dovuto seguire i nazisti invasori e che adesso marciavano verso la liberazione”. 
I Grossman erano una famiglia benestante e cosmopolita, avversa allo zarismo, che aveva salutato con favore la Rivoluzione. Così Vasilij – classe 1905 – era uscito nel 1929 dall’Università di Mosca fiero di mettere la sua penna a servizio del mondo nuovo che il comunismo stava edificando. E diventerà uno di quegli “ingegneri dell’anima” che tanto piacevano a Stalin, così bravi nel convincere il popolo della bontà del sistema sociale comunista e della perfidia dei suoi nemici. Un pavido intellettuale che figurerà anche fra i firmatari dell’appello contro il sionismo ordito da Stalin.

Lo scrittore era nato a Berdicev, cittadina ucraina di sessantamila abitanti. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”. Almeno fino alla Shoah, che se la inghiottì come un buco nero. Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Qui i soldati della Wehrmacht vennero accolti nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico. Qui due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen, con il volonteroso sostegno degli ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala. Alcune tra quelle milioni di ossa appartenevano a Ekaterina Savelyeva, madre di Vasilij Grossman, che proprio alla madre aveva dedicato il manoscritto di “Vita e destino”. 
Se oggi siamo in grado di leggere “Vita e destino” nell’elegante edizione Adelphi (ma i primi a pubblicarlo in Italia furono i coraggiosi editori di Jaca Book, Sante Bagnoli e Maretta Campi), 



lo dobbiamo a un manipolo di uomini e donne che riuscirono a fotografarlo e a portarlo in salvo in occidente. La tesi del libro di Grossman era dinamite per l’epoca: il male si annida ovunque ci sia dell’ideologia, nazismo e comunismo sono due volti della stessa ferocia totalitaria. Fra l’altro, Grossman non nominava mai Stalin e neppure l’Armata rossa, ma soltanto “quei soldati senza nome che hanno combattuto col male”.

Le autorità sovietiche avevano imparato qualcosa dalla vicenda Pasternak (lo scrittore era morto nel 1960), e i responsabili culturali del regime non vollero ripetere l’errore con un altro ostracismo. Vadim Kozhevnikov, caporedattore della rivista Znamja, scelta da Grossman per la pubblicazione di “Vita e destino”, non appena si mise a leggere il manoscritto informò i funzionari politici della bomba che si trovava fra le mani. Interruppe la pubblicazione senza dire nulla all’autore. La rivista sarebbe stata disponibile a rinunciare a tutti gli anticipi corrisposti a Grossman, che ammontavano a 16.587 rubli, una piccola fortuna per l’epoca. 
Il 14 febbraio 1961, alle 11.40 del mattino, il Kgb arrivò nell’appartamento di Grossman sulla Begovaja per “prendere in custodia” le copie del libro. Per la prima volta nella storia sovietica era stato deciso di “arrestare” un manoscritto, ma non il suo autore. E anche il tipografo che doveva stampare il volume venne bastonato. La perquisizione a casa Grossman diede il via all’èra dei samizdat, letteralmente “edizione in proprio”. Ovvero, per proteggere i loro scritti dal Partito, gli autori facevano affidamento su amici e parenti, in modo da non consentire la distruzione dell’intera opera. Alexander Solgenitsin dirà di essere stato ossessionato dalle copie del “Primo cerchio”, perché “sapevo come il romanzo di Grossman era stato prelevato”.

Dalle grinfie degli ascari di Kruscev non si salvarono neppure gli appunti, la carta carbone e i nastri della macchina per scrivere che Grossman aveva usato per “Zhizn’ i sud’ba”, “Vita e destino” in russo. Gli ideologi sovietici avevano riconosciuto subito in quel libro un testo ben più temibile del “Dottor Zivago” di Pasternak e persino degli scritti di Solgenitsin. 
Grossman non si arrende, e protesta. Scrive una lettera al segretario del Partito Kruscev per chiedere una riparazione. Non sa che Kruscev cova un’autentica antipatia nei suoi confronti sin dai tempi gloriosi e tragici di Stalingrado, quando l’allora commissario in capo del Partito per l’intero teatro delle operazioni Kruscev si aspettava che Grossman lo intervistasse, invano. Così, per quattro mesi, nessuna risposta, finché lo scrittore non viene ricevuto da Michail Suslov, il potente capo della sezione ideologica del Partito, che a nome del Comitato centrale gli comunica che non è il caso di pubblicare il romanzo e men che meno di restituirgli il manoscritto: “Il suo libro corre il rischio di non vedere la luce prima di due o trecento anni”. E ancora: “Perché mai alle bombe atomiche dei nostri nemici dovremmo aggiungere il suo libro?”. Nel 1964, mentre si trovava ormai morente in ospedale, Grossman confiderà alla sua cara amica Anna Berzer di sentirsi come “sepolto vivo” (zamurovan). 
Prima del blitz in casa, comunque, lo scrittore aveva affidato due copie dattiloscritte a persone fidate, Semen Lipkin e Viaceslav Ivanovic Loboda. Quest’ultimo lo conserva nella sua casa di Malojaroslavec, centocinquanta chilometri da Mosca. Quando Ivanovic muore in un incidente stradale, la custodia del dattiloscritto passa a sua moglie Vera Ivanovna, che lo nasconde in cantina. Oggi quella copia è conservata alla Houghton Library dell’Università di Harvard. Gli amici più intimi di Grossman lo avevano messo in guardia dal consegnare copie del libro ai parenti, perché anche loro avrebbero potuto lavorare come informatori (in Unione sovietica si faceva leva sulla debolezza delle persone).

Dopo la morte di Grossman, Lipkin, che ha la seconda copia dattiloscritta, si lancia nell’impresa di portare clandestinamente il romanzo in occidente. Vengono realizzati due microfilm: il primo dallo scrittore dissidente Vladimir Voinovich, il secondo da Andrei Sacharov, celebre scienziato e oppositore politico, e da sua moglie Elena Bonner. Questi ultimi copiano “Vita e destino” nel laboratorio clandestino che hanno allestito nel gabinetto della loro casa di Mosca. Siamo negli anni in cui anche il solo possesso di un mimeografo porta alla condanna a tre anni di carcere. Il regime non voleva che esistessero macchine fotocopiatrici. Nel 1978, Rosemarie Ziegler, ricercatrice austriaca in slavistica, passa il confine nascondendo i microfilm in una scatola non più grande di un pacchetto di sigarette. A Parigi il tesoro viene consegnato a Efir Etkind, un filologo cacciato per aver aiutato Alexander Solgenitsin. Ma nessuno in Francia vuole pubblicare l’ennesimo “romanzo di guerra” (anche in Italia è stato a lungo snobbato). Il manoscritto arriva in Svizzera, dove l’editore serbo di Losanna Vladimir Dimitrijevic si getta anima e corpo nel lavoro di pubblicazione del libro. Impiega mesi per decifrare le oltre mille pagine ma alla fine, nel 1980, l’Age d’Homme, la casa editrice di Dimitrijevic, pubblica la prima edizione di “Vita e destino”. I dirigenti sovietici rimangono scioccati quando vedono il libro alla fiera di Francoforte.
In questo magistrale affresco corale in cui vivono medici, ingegneri, negozianti, lacchè, studenti, funzionari di ogni ordine e grado, mercanti di bestiame, mezzane, sacrestani, contadini, operai, calzolai, modelle, orticultori, zoologi, albergatori, guardiacaccia, prostitute, pescatori, cuoche, portieri e ostetriche, svettano le sorelle Saposnikov, Evgenija, sposata con un commissario politico, e Ljudmila, con il loro destino di mogli e di madri, costrette alla coabitazione forzata, alle tessere per i pasti, alle piccole angherie, ai grandi lutti. C’è Strum, il marito di Ljudmila, un celebre fisico teorico, che al culmine delle sue ricerche vede abbattersi su di sé il flagello dell’antisemitismo, col rischio di essere eliminato fisicamente. In Grossman c’è anche la prima, incredibile testimonianza dell’Olocausto, con l’esultanza del portinaio antisemita: “Grazie a Dio per i giudei è la fine”. Giustamente ha scritto François Furet: “Nessun altro scrittore sovietico ha dato fondo come Grossman alla capacità di cogliere la tragedia ebraica e al coraggio di parlarne”.

Sofja Osipovna Levinton, trentadue anni, medico militare, nell’estate del 1942 anche lei salirà su un convoglio piombato infestato di pidocchi, pianti, lamenti, fetori. Attraverso di lei e il piccolo David, un bimbo ebreo che si ritrova fra le braccia, Grossman arriva dentro il lager di Treblinka, seguendo passo dopo passo il calvario di quei corpi nudi pigiati sotto le docce, che ignari e rassegnati entrano nelle camere a gas. Nasce allora “La Madonna a Treblinka”. Composto nel 1955, all’inizio del disgelo, il breve scritto non fu stampato prima del 1989. Si tratta di un testamento d’amore che un intellettuale ateo, ebreo e comunista rivolge alla madre di Gesù. Nella “Madonna Sistina” di Raffaello, che i soldati sovietici portarono a Mosca di ritorno da Dresda, Grossman vede il volto dell’umanità e il mistero cristiano dell’incarnazione. “Mi accorsi che fino a quel momento avevo usato con leggerezza una parola terribile per la sua potenza: immortalità. Questo quadro di Raffaello non morirà finché sarà vivo l’uomo. La sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno con quella bellezza che si nasconde, profonda e indistruttibile, dovunque nasce ed esiste la vita, negli scantinati, nelle soffitte, nei palazzi, nelle prigioni”. Un volto che soccorre i contadini uccisi negli anni della carestia, i bottegai ebrei uccisi nel pogrom di Kishinev, i morti nelle cave di pietra, i boscaioli della taiga, i soldati nelle trincee allagate d’acqua e i fratelli e le sorelle di Treblinka. Né Hitler né la collettivizzazione di Stalin hanno potuto sottomettere la vita, perché “anche nelle epoche più terribili la distruzione della vita non significa la sua sconfitta”. Anche “Vita e destino” si chiude su una immagine ottimista, con il simbolo del pane quotidiano, sottolineando “la gioia furiosa della vita”, con una casa che torna a riempirsi di risa e pianti di una famiglia.

A causa di “Vita e destino”, Grossman divenne una “non persona”, i suoi libri furono ritirati dalle biblioteche, i suoi articoli rifiutati. “Mi hanno strangolato sulla soglia di casa”, dirà agli amici. Grossman “il fortunato”, come era nato per essere scampato più volte alla morte a Stalingrado e a Berlino, si spense alle otto di sera del 14 settembre 1964, nell’anniversario della retata in cui a Berdicev le SS si erano portate via la madre. Al funerale lo scrittore Ilya Ehrenburg, per spiegare la sorte di Grossman, disse che “il destino non ama i massimalisti”. Grossman riposa nel cimitero di Troekurovskoe. Ogni tanto qualcuno va a depositare garofani rossi sulla sua tomba. Abbandonato e sconosciuto, anche nella morte. La vita e il destino di Grossman sono racchiusi in una celebre frase che lo scrittore amava citare da Cechov: “E’ giunta l’ora di liberarsi dello schiavo che è in noi”.

domenica 18 agosto 2013

Studiare la guerra per costruire la pace

Gli studi sulla guerra (War Studies) nelle sue forme più diverse sono una disciplina relativamente recente, ma le sue origini risalgono molto indietro nel tempo.


Molti dei più antichi testi storici trattano della guerra nelle varie forme e nei diversi aspetti.



Sia Erodoto (c. 480 - 425 a. C.), sia Tucidide (c. 460 - 396 a. C.) trattano della guerra nelle loro opere.
Nella Storia della guerra del Peloponneso Tucidide affronta l'argomento con un approccio particolarmente sofisticato.



Infatti, egli non solo fornisce dettagli sulle operazioni militari, ma affronta anche argomenti relativi alla natura umana, al potere, alla democrazia ateniese ed alle cause che stanno alla base della guerra: Sparta temeva la crescente potenza di Atene e decise di attaccare fintanto che aveva qualche possibilità di vittoria.
Prima di proseguire una breve sintetica digressione per ricordare gli eventi principali della suddetta guerra.



Tucidide trasforma tutto in forma letteraria. Detto in termini attuali, adotta un approccio interdisciplinare per spiegare le cause e la condotta della guerra, utilizzando elementi di storia, di filosofia, di letteratura e di scienza politica.
Se Erodoto è il "padre della storia", Tucidide è il progenitore degli studi sulla guerra, una disciplina che cerca di capire il fenomeno guerra contando su un'ampia varietà di approcci.
Cominciamo con definire cosa è la guerra. In parole semplici la guerra è l'uso della forza da parte di uno stato per ottenere obiettivi politici.
Oggi però questa definizione necessita di essere modificata per prendere in considerazione anche attori non statali, quali i movimenti rivoluzionari di guerriglia o le organizzazioni terroristiche, come le forze comuniste durante la guerra civile cinese (1927-1949) oppure, ai nostri giorni, Al Queda o Daesh.. 



Un'altra tipologia di guerra è quella di coloro che aspirano all'indipendenza, liberandosi dalle strutture politiche esistenti, come le 13 colonie nella Guerra d'Indipendenza americana (1976-83).
Lo stesso vale per quegli eserciti regolari che cercano di prendere il controllo dello stato, come nel caso di Ottaviano e Marc'Antonio, in lotta per il controllo di Roma, (guerra civile romana 44-31 a. C.),



o in quello delle forze monarchiche e quelle parlamentari in Inghilterra nel corso della prima rivoluzione inglese (1642-49).



decapitazione di Carlo I Stuart

Gli elementi chiave, in ogni definizione della guerra, non possono che essere la violenza e la politica. Se si eliminano la guerra finisce di essere tale e diventa qualcos'altro. Eliminate la violenza da un conflitto ed esso diventa probabilmente diplomazia, ossia: un metodo non funesto per acquisire obiettivi politici, usato senza, o con, la presenza di forze armate.
Secondo Clausewitz la guerra è essenzialmente un atto politico "un atto di forza per costringere il nemico a sottomettersi alla nostra volontà". Eliminate la politica e non resta che mero banditismo o crimine organizzato, e non certo guerra.


Oltre a ciò, come osservò Clausewitz, la natura (al contrario della condotta) della guerra è immutabile. Ciò significa che vi sono alcune certezze nelle vaste pieghe della storia.
Sebbene la condotta della guerra sia notevolmente cambiata - il passaggio dai carri da guerra ai carri armati, passando per la cavalleria ne è l'esempio - il suo fondamento non lo è. Per esempio tre elementi restano comuni alle battaglie dall'antichità ad oggi: le armi da lancio (dalle frecce alle bombe intelligenti), le mischie (combattimento ravvicinato) ed il morale. Molto spesso la  battaglia viene decisa dalla determinazione a combattere di una parte o dalla ritirata dell'altra, come a Waterloo nel 1815. 


Il duca di Wellington

La ragione della sconfitta strategica degli USA in Viet Nam (1965-73) non va attribuita alla disfatta delle sue forze sul campo, ma dal fatto che la volontà di combattere del governo americano venne erosa dalla prolungata campagna di logoramento condotto dalle forze comuniste vietnamite (vietcong).



lunedì 8 luglio 2013

La battaglia di Kursk: 70 anni dopo


In questi giorni, 70 anni fa, nei vasti spazi della Russia centrale, nei pressi della città di Kursk, si svolse quella che è considerata la più grande battaglia di mezzi corazzati della storia, denominata "operazione Cittadella".
Fra le numerose rievocazioni due meritano la nostra attenzione.
La prima, tratta dal sito della BBC, oltre a ricordare gli aspetti essenziale della battaglia, si interroga sulla funzione odierna dei mezzi corazzati.

http://www.bbc.co.uk/news/magazine-23137492

La seconda tratta dal sito HistoriaMilitaria.it ripercorre gli eventi, con un'analisi più dettagliata.

http://digilander.libero.it/historiabis/kursk.htm