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lunedì 14 ottobre 2013

Raymond Aron: come essere liberali oggi. Parte seconda

Trent'anni fa, il 17 ottobre 1983, moriva a Parigi Raymond Aron, filosofo, sociologo, giornalista, considerato uno più autorevoli intellettuali di orientamento liberale del XX secolo.
Con questo seconda parte di un saggio a lui dedicato vogliamo rievocarne il ricordo. La prima parte può essere consultata qui.
Per capire il pensiero di Aron è necessario ricostruire il peculiare rapporto che egli mantiene con i classici del pensiero sociologico e politico. Il suo atteggiamento di fronte a qualunque problema contemporaneo è quello di chiedersi innanzitutto: come lo avrebbero interpretato i grandi autori del passato.
Questa sua preferenza traspare anche dagli scarsi riferimenti che egli fa, nelle sue opere, alle ricerche contemporanee, limitandosi a citare solo i pochi titoli universalmente giudicati importanti, mentre i riferimenti ai classici sono continui.



Si tratta di una specie di dialogo costante che si sviluppa e si definisce per affinità e opposizioni.
Le prime riguardano essenzialmente Weber, Montesquieu e Tocqueville, che Aron considera i suoi veri maestri; mentre le seconde riguardano, da un lato i maestri del positivismo francese (Comte e Durkheim) e italiano (Pareto) e dall'altro Marx.
Si tratta di scelte che sono coerenti con le posizioni espresse, nella sua principale opera filosofica "L'introduction à la philosophie de l'histoire".

 

La domanda da porsi è: cosa c'è di affine in autori come Weber, Montesquieu e Tocqueville fra di loro e con Aron stesso? Perché Aron si riconosce nelle loro opere?
Si tratta di autori che, nonostante le differenze, a volte rilevanti che esistono fra di loro, utilizzano elementi comuni nei loro metodi di indagine; in tutti e tre troviamo infatti il rifiuto del determinismo, l'avversione per le teorie mono-causali della storia, l'enfasi sulla molteplicità dei punti di vista e sulla complessità dei processi storici, la consapevolezza che la sociologia può individuare solo causalità parziali (ossia specifiche cause di specifici effetti) senza con questo precludersi la possibilità di tentare grandi sintesi: si tratti della ricostruzione di linee generali di tendenza oppure dell'individuazione dei principi di funzionamento delle diverse società storiche.
Vi è inoltre in tutti e tre un interesse particolare per la politica, intesa come dimensione centrale e primaria di qualunque organizzazione societaria, mentre rifiutano categoricamente quell'aspetto della sociologia tendente a risolvere la politica in altro da sé, tendenza che Panebianco in un suo saggio chiama "sociologismo" (1).
In tutti e tre troviamo il tentativo di dare risposte originali, in chiave storico sociologica, a interrogativi posti a suo tempo dalla filosofia politica classica, e questo è stato fatto cercando di collegare l'analisi dei regimi politici a quella della più generale evoluzione societaria.
Vi è infine in tutti una preoccupazione squisitamente politica: il futuro della libertà individuale nella società moderna.
Se confrontiamo queste caratteristiche comuni dei nostri tre autori con quanto detto su Aron nella prima parte, ci si spiega l'affinità che egli sente nei loro confronti.

Max Weber (1864 - 1920)
Per quanto riguarda Weber, troviamo in Aron un costante confronto con il suo pensiero a partire dalle prime opere scritte negli anni trenta, al rientro dal suo soggiorno di studio in Germania; ritengo tuttavia sufficiente ai nostri fini, soffermarci su la valutazione che il nostro fa della sociologia politica di Weber soprattutto ne "Le tappe del pensiero sociologico".
Max Weber appartiene alla scuola di quei sociologi il cui interessamento per la società prende le mosse dall'interessamento che essi hanno per la cosa pubblica. Come Machiavelli, egli è nel numero di quei sociologi che sono nostalgici dell'azione politica e che avrebbero voluto prendere parte alla lotta politica ed esercitare il potere. Sognava di essere uno statista; di fatto non fu un uomo politico, ma soltanto un consigliere del sovrano, naturalmente inascoltato. (2)
Della sociologia politica di Weber Aron evidenzia anche alcuni aspetti meno coerenti. In particolare osserva che mentre elabora quattro tipi azione sociale (razionale, affettivo, tradizionale o religioso e d'interesse) indica solo tre tipi di potere (legittimo carismatico e tradizionale). Questo si verifica in quanto Weber non fa mai una scelta netta fra concetti puramente analitici e concetti semi-storici e pertanto sempre secondo Aron:
le tre forme di potere, che dovrebbero essere considerate come puri e semplici concetti analitici, vengono da Weber investite contemporaneamente, di un significato storico (3) 
e queste difficoltà di ordine scientifico sono determinate dalla pressione dei problemi politici che angustiano Weber:
La sociologia politica di Weber, è inseparabile dalla situazione storica in cui visse. Politicamente nella Germania guglielmina, Max Weber era un nazional-liberale, ma non un liberale nel senso americano e, rigorosamente parlando, non fu neppure un democratico nel senso che francesi, inglesi o americani davano o danno a questo termine. Egli poneva la grandezza della nazione e la potenza dello Stato al di sopra di tutto. (4)
La relazione fra la sua sociologia politica e le sue posizioni politiche discendeva dal fatto che Weber voleva per la Germania un sistema parlamentare di tipo inglese, allo scopo di favorire l'emergere di capi carismatici eletti dal popolo in grado di sottomettere il potere burocratico, eredità negativa lasciata da Bismarck, ed in tal modo assicurare alla Germania quella vigorosa guida politica ritenuta necessaria per avere la meglio nella lotta in atto fra le nazioni tesa a conquistare il prestigio e l'influenza.
Per Aron infine, Weber, a differenza di altri classici, può essere considerato un nostro contemporaneo, in quanto la sua sociologia storica, lontana dalle tendenze prevalenti, ossia la microsociologia empirica à la Parsons (5):
combinando una teoria astratta dei concetti fondamentali della sociologia e un'interpretazione semi-concreta della storia universale, Max Weber si dimostra più ambizioso dei professori odierni. In questo senso appartiene forse tanto all'avvenire quanto al passato della sociologia. (6)
Questo evidente apprezzamento dell'opera weberiana nel suo complesso, non esclude da parte di Aron critiche anche severe; egli prende le distanze dal nazionalismo weberiano e critica per il suo «eccesso di realismo» la visione della politica internazionale legata rigidamente alla "Matchpolitik" (7), così come rifiuta la visione dell'assoluta arbitrarietà nella scelta dei valori, e quella, di ispirazione nietzschiana, dalla inevitabilità del conflitto mortale fra i diversi valori. In sostanza rigetta tutta la visione che Weber ha della storia e del destino umano, considerata esageratamente tragica.
Montesquieu e Tocqueville diventano punti di riferimento del pensiero di Aron, come ci dice egli stesso, non durante il suo periodo formativo, come era avvenuto per Weber, ma molto più tardi; in loro egli trova gli elementi sociologici necessari per farne uno strumento "nazionale" da contrapporre all'altra, più importante tradizione sociologica francese, quella dei Comte e dei Durkheim.
Come ho già detto nella prima parte, egli azzarda un'operazione inusuale, quella di inserire questi due autori fra i padri fondatori della sociologia.

Charles de Secondat, Baron de las Brede et de Montesquieu (1689–1755)

Riguardo a Montesquieu egli sottolinea che la sua opera ha una impostazione "sociologica" in quanto è sua intenzione conoscere scientificamente la società, rendere intellegibile la storia. e per farlo cerca di mettere ordine nel caos degli avvenimenti: 
Montesquieu esattamente come Weber vuole passare dal dato incoerente a un ordine intellegibile. Questo procedimento è quello specifico del sociologo. (8) 
Il suo metodo, storico e comparativo, ha due obiettivi:
1) di individuare le "cause profonde" dei fenomeni, ossia le cause che stanno dietro la superficie della storia e che non vanno confuse con le cause "accidentali;
2) di ricondurre l'infinita varietà degli usi, dei costumi e degli ordinamenti a un limitato numero di tipi.
Questi due obiettivi verranno fatti propri da Aron che nelle sue ricerche farà esattamente la stessa cosa: distinguere le cause accidentali da quelle profonde, e ricondurre l'eterogeneità e la varietà dei fenomeni a un ristretto numero di tipi.
L'affinità non si limita solo a questo; altri aspetti dell'opera di Montesquieu, quelli per cui è universalmente ricordato, riguardano l'attenzione posta ai rapporti fra i diversi tipi di regime politico ed il più ampio ordinamento societario, ed anche l'attenzione posta nel distinguere, valutandoli i diversi ordini politici, e attraverso la loro comparazione identificare le caratteristiche della "buona società". Entrambi questi aspetti saranno fatti propri da Aron nelle sue analisi sulla democrazia liberale sul totalitarismo.


Infine sia Montesquieu che Aron considerano come miglior regime politico quello che «assicura la moderazione del potere con l'equilibrio dei poteri»; Aron così si esprime sull'argomento:
Al di là della formulazione aristocratica della sua dottrina dell'equilibrio dei poteri sociali e della cooperazione dei poteri politici, Montesquieu ha posto il principio secondo il quale la condizione del rispetto delle leggi e della sicurezza dei cittadini risiede nel fatto che nessun potere sia illimitato. Questo è il tema essenziale della sua sociologia politica. (9)

Alexis de Tocqueville (1805 - 1859)

Passando a Tocqueville, Aron sottolinea la sua stretta parentela con l'autore de "Lo spirito delle leggi", ne condivide il metodo che:
comincia col determinare alcune caratteristiche strutturali delle società moderne e passa successivamente a fare il confronto tra forme diverse di queste stesse società (10) 
e ancora:
Tocqueville sociologo appartiene alla schiatta dei Montesquieu: combina il metodo del ritratto sociologico con la classificazione dei tipi di regime e dei tipi di società, e la propensione a costruire teorie astratte basandosi su un piccolo numero di fatti. (11)
In Tocqueville infine egli individua una concezione aperta del divenire storico che si distingue e si distanzia da quella deterministica di Comte o di Marx. La visione di Tocqueville rifiuta le ampie sintesi che nel tentativo o con l'intenzione di prevedere gli esiti storici di fatto sopprimono la storia.


Avendo individuato nella democratizzazione la caratteristica fondamentale dell'età moderna (intesa come tendenza al livellamento, all'uguaglianza delle condizioni) Tocqueville ritiene però che la democrazia possa sposarsi con la libertà (come avviene in America) oppure con il dispotismo (come rischiava di avvenire in Francia); l'esame delle condizioni che portano verso l'uno o l'altro di questi due esiti politici è il problema di Tocqueville e nella sostanza diventa anche il problema ddi Aron.
Con quest'ultimo autore vi è da parte di Aron una affinità anche sul piano del temperamento. Egli infatti non condivide, come abbiamo visto la visione tragica di Weber, e per carattere si sente più vicino a Tocqueville:
con quella sua prosa triste e pacata e con il suo liberalismo senza illusioni. (12).
Passiamo ad esaminare ora quelli che potremmo definire punti di riferimento in negativo del pensiero politico di Aron ovvero Comte, Durkheim e Pareto, e per ultimo Marx.


Auguste Comte (1798-1857)
La critica a Comte si sviluppa attraverso continui confronti fra il suo pensiero e quello di Montesquieu che consentono ad Aron di evidenziare tutti quelli che egli considera i punti deboli dell'opera comtiana. Se per Montesquieu il problema è quello, difficile di ricondurre a unità le diversità, Comte, al contrario, è a detta di Aron: il sociologo dell'unità umana e sociale, dell'unità della storia umana, respinge questa concezione dell'unità fino al punto che, alla fine, la sua difficoltà è quella inversa: gli riesce difficile ritrovare la diversità e dare ad essa un fondamento (13) 
e più avanti egli indica come contraddittoria la volontà di Comte di voler essere al tempo stesso scienziato e riformatore.
Aron individua negli aspetti principali dell'opera comtiana quella forma di "sociologismo" che egli condanna: i punti criticati sono tantissimi, ma ai nostri fini ricordo:
- la critica che Comte fa all'economia politica liberale:
-la svalutazione della politica e dell'economia come sfere d'azione autonome, a vantaggio della scienza e della morale;
- la sua concezione tecnocratica (il fondatore del positivismo appartiene alla scuola di quelli che chiamerei gli organizzatori politecnici) (14)
- la visione provvidenzialistica della storia che secondo Aron sfocia nella metafisica della religione positivistica.
Comte, così come il suo discepolo Durkheim, è un teorico del consenso, mentre secondo Aron:
Montesquieu e Tocqueville assegnano un certo primato alla politica o alla forma di stato, Marx all'organizzazione economica. La dottrina di Comte si fonda sull'idea che ogni società si regge sul'accordo delle menti. Una società esiste nella misura in cui i suoi membri condividono le stesse credenze, (15)
ma le teorie del consenso, invariabilmente finiscono per trattare il conflitto come qualcosa di patologico, di estraneo alla normalità sociale. Così facendo operano con nozioni errate di società e di storia. Anche le tante valide osservazioni che Comte formula sulla "società industriale" finiscono per essere viziate e rese meno efficaci proprio per questi errori di fondo.


Emile Durkheim (1858-1917)

Questo errore viene riscontrato da Aron, in forme assai più sofisticate, in Durkheim. Egli non ha difficoltà a riconoscerne il genio ed anche il grande valore scientifico delle sue opere principali tuttavia, il suo giudizio anche quando sembra essere positivo è velato da una evidente antipatia, che lo stesso Aron non nasconde, infatti egli scrive ne "Le tappe del pensiero sociologico": 
Nel corso di questo studio ho moltiplicato le citazioni, perché diffidavo di me stesso. Provo infatti una certa difficoltà a entrare nel modo di pensare di Durkheim, probabilmente perché non ho la simpatia necessaria alla comprensione. (16)

Egli attacca tutti i principi su cui si fonda la sociologia durkheimiana che non sto qui ad elencare; ricorderò solo la critica alla svalutazione derivazione comtiana, della politica e dell'economia dalla quale Aron parte per colpire l'aspetto che più di tutti non condivide: la concezione durkheimiana della società; una degenerazione che anziché trattare concetti come "ambiente sociale" o "società" come semplici categorie analitiche le trasforma arbitrariamente nelle cause ultime dei fenomeni, ossia secondo Aron:
 Durkheim tende a considerare l'ambiente sociale come una realtà sui generis, oggettivamente e materialmente definita, mentre esso è soltanto una rappresentazione intellettuale. (17)
Si tratta di una reificazione della "società" che porta a una specie di "sociolatria" e che è alla base dell'illusione di poter ricavare imperativi morali dalle analisi sociologiche.


Vilfredo Pareto (1848-1923)
Passando infine a Pareto troviamo, nei giudizi che nel tempo Aron esprime sulla sua opera, una evoluzione che va da una iniziale severa stroncatura negli anni giovanili ad un mutamento di toni che si fanno più pacati e indulgenti anche se nella sostanza il giudizio resta negativo.
Aron giustificherà poi la stroncatura iniziale del 1936, dovuta al clima politico ed alle tensioni prebelliche ed al collegamento esistente fra Pareto ed il fascismo.
La critica più generale all'opera del sociologo italiano è che una sociologia che tende ad occuparsi solo di regolarità di costanti storiche, rischia di perdere di vista ciò che è davvero importante :
si può ritenere [...] che alcune di queste proposizioni sono vere, che si applicano effettivamente a tutte le società e che tuttavia non colgono l'essenziale. In altre parole, ciò che è generale in materia di sociologia, non è necessariamente essenziale, ne è la cosa più interessante o importante. (18)



Un altro aspetto criticato specificamente è li psicologismo di Pareto; dice infatti Aron:
Se la prima parte del "Trattato" (19) mi pare non sufficientemente psicologica, la seconda, invece, mi sembra esserlo troppo. Una simile critica non è un paradosso. Il metodo della prima parte proprio per la sua ambizione di generalizzazione e per il rifiuto di andare sino al sentimento, si ferma alle soglie della psicologia. Ma, nella seconda parte, le élites sono caratterizzate soprattutto dalle caratteristiche psicologiche. Élites violente ed élites astute, predominio dei residui della prima o dei residui della seconda, tutte queste nozioni sono fondamentalmente di natura psicologica. (20)
Infine Aron critica anche il "machiavellismo" di Pareto, visione che egli ritiene un pervertimento del pensiero del segretario fiorentino, che conduce a una forma di cinismo che si ammanta di "realismo" e che invece realista non è. Aron rigetta qualsiasi visione fintamente realista che riduca esclusivamente a puro gioco di potere, a Matchpolitik o power politics.


Karl Marx (1818-1883)

Aron è stato fra i non marxisti uno dei più profondi conoscitori del marxismo, questo grazie proprio alla sua erudizione ed alla poliedricità della sua formazione che gli consentivano di padroneggiare tutti gli strumenti, filosofici, economici e sociologici che la lettura di un autore come Marx richiedono.
Secondo Aron di Marx è possibile fare due usi: un uso critico, che lo stesso Aron condivide, almeno in parte, e l'uso dogmatico che ne fa invece la maggior parte dei marxisti.

Egli sostiene che nell'uso che Marx fa di concetti come forze produttive, rapporti di produzione, lotta di classe non c'è nulla di sbagliato; egli afferma: 
È possibile utilizzare questi concetti in qualsiasi analisi sociologica. Personalmente, se tento di analizzare una società, sovietica o americana, parto volentieri dalle condizioni economiche e anche dallo stato delle forze di produzione, per passare ai rapporti di produzione e poi a quelli sociali. L'uso critico e metodologico di queste nozioni per comprendere e spiegare una società storica, è legittimo, tuttavia, [...] se ci si limita a utilizzare così questi concetti non si trova una filosofia della storia; si rischia di scoprire che a uno stesso grado di sviluppo delle forze produttive possono corrispondere rapporti di produzione diversi. La proprietà privata non esclude un grande sviluppo delle forze produttive; invece la proprietà collettiva può già essere presente quando le forze produttive hanno raggiunto uno sviluppo minore. In altri termini, l'uso critico delle categorie marxiste non comporta alcuna interpretazione dogmatica del corso della storia. (21)
Il problema sorge perché Marx ha collegato la socio-economia della società a una filosofia della storia. Non ha preteso solo di spiegare il funzionamento della società moderna nei suoi aspetti economico-sociali, ha creduto anche di individuare l'esito necessario del suo sviluppo e cioè l'inevitabile autodistruzione finale del capitalismo). L'errore che secondo Aron commette Marx quello di arrivare attraverso un'analisi sostanzialmente corretta, da un punto di vista metodologico, ad una interpretazione del divenire storico che lo spinge verso un approdo dogmatico.



Quindi per Aron anche se Marx fallisce i suoi scopi, le sue analisi restano preziose guide, importanti fonti di ispirazione per l'analista della società contemporanea. Questo a patto che, seguendo l'ispirazione del Capitale, ci si dedichi a studiare ed utilizzare - come Marx faceva con quella del suo tempo - la scienza economica e sociologica del Nostro tempo, cosa che non fa la maggior parte dei marxisti. Questi dice Aron si sono per lo più limitati a chiosare Marx oppure ad applicare dogmaticamente concetti marxiani nella lettura dei fatti contemporanei.
Il rispetto per il filosofo di Treviri, che traspare in ogni pagina di Aron, non ha un corrispettivo nei confronti dei marxisti. Quando parla dei suoi antichi amici parigini, dice : 
[...] ho dedicato allo studio dei meccanismi economici e sociali più tempo di quanto essi non abbiano fatto. In questo mi reputo più fedele di loro all'ispirazione di Marx. (22)
In tutta la sua vita Aron non tralascerà mai di studiare il marxismo e di dedicargli opere polemiche.
Convinto dell'importanza delle ideologie, egli è anche convinto della grande pericolosità per la società occidentale e per i suoi valori dell'ideologia marxista, che egli considera soprattutto un cavallo di Troia al servizio del totalitarismo sovietico.
Pertanto egli si assegnerà il compito di combattere con le armi della critica tutte e due le varianti del marxismo che circolano in Occidente, la variante colta fatta propria da segmenti importanti dell'élite intellettuale, dai circoli accademici della sinistra occidentale, e la variante popolare, la vulgata marxista diffusa in ambienti più vasti.



Il primo tipo di critica lo sviluppa in particolare nell'opera Marxismi immaginari che costituisce una approfondita analisi delle filosofie di moda nei circoli intellettuali parigini, il sartrismo e lo strutturalismo di Althusser. Facendo ricorso alle sue risorse di filosofo, nonché di grande conoscitore di Marx, egli dimostrerà in questo testo tutte le inconsistenze e le ragioni del sostanziale fallimento, dei tentativi, di Sartre e Merlau-Ponty, di dare fondamento esistenzialista al marxismo, e metterà anche a nudo le contraddizioni e i nonsense dello strutturalismo marxista.
Alla seconda variante quella della vulgata marxista, dedicherà molti lavori, fra i quali va ricordato L'oppio degli intellettuali su cui mi sono già soffermato nella prima parte.



In conclusione sempre secondo Panebianco, nell'ideologia marxista Aron vede, in sostanza, una religione secolare, un'eresia millenarista adottata dagli intellettuali per ignoranza e conformismo. Una ideologia che spinge chi l'abbraccia a pensare come compito dell'intellettuale la testimonianza dei buoni sentimenti "dalla parte degli oppressi", anziché la fredda e faticosa analisi della realtà che lo circonda. Il peccato più grave del marxismo intellettuale, per Aron è proprio questo: l'esibizione moralistica che va a scapito dell'intelligenza dei problemi.
Un altro aspetto interessante dell'opera di Aron è quello relativo ai suoi studi di Relazioni internazionali, una serie di opere che ci danno un quadro preciso e dettagliato dello sviluppo dei rapporti politici all'epoca della guerra fredda.
Si tratta di scritti che però non hanno solo un valore storiografico, ma che assumono spesso anche le caratteristiche di "Teoria applicata" cioè tentativi, a volte riusciti, a volte meno, di applicare, con rigore scientifico, ai problemi politici internazionali, le categorie della teoria sociologica e politologica.
Questo interesse per i problemi della politica internazionale e, come vedremo più avanti, per la guerra, viene fatta risalire da Aron stesso, nelle sue Memorie, al periodo della seconda guerra mondiale.
La sua produzione in questo settore in due filoni:
-uno più di tipo giornalistico ,che Panebianco, chiama "storiografia del presente", e che si riferiscono ad analisi di aspetti particolari della politica internazionale o anche interna; ( es: "Il grande scisma" , " Le guerre a catena" o "Speranza e paura del secolo", ecc.)
-un secondo filone invece più sociologico scientifico in cui troviamo l"aron teorico delle Relazioni Internazionali e che comprende opere di grande notorietà e di notevole interesse quali "La società industriale e la Guerra" o "Pace e guerra tra le Nazioni". Quest'ultima è considerata una delle sue opere più importanti, e detta di molti esperti del settore , è, a tutt'oggi, la più importante summa mai scritta sulle Relazioni internazionali.
Si tratta di un libro voluminoso di oltre novecento pagine, la cui illustrazione richiederebbe una esposizione a parte; citerò solo per completezza la sintesi che ne fa Panebianco:
si tratta di un libro che, mentre confuta le interpretazioni allora in voga della New Left intellettuale su questioni come l'origine della guerra fredda, i rapporti politici e economici Stati Uniti-Europa, le cause dell'intervento in Vietnam, il problema dell'imperialismo, etc, rappresenta tuttora un eccellente esempio di ricostruzione storica sulla politica estera nelle sue diverse ma collegate dimensioni, della superpotenza americana in questo dopoguerra. (23)



Clausewitz e la teoria della guerra rappresentano infine il tema che dominerà l'ultima fase del suo lavoro scientifico, studi tendenti ad approfondire il problema della guerra e dei suoi rapporti con la politica.
Lo studio dei problemi strategici relativi all'era nucleare aveva indotto necessariamente Aron ad approfondire la conoscenza di tutti i grandi pensatori militari del passato e fra questi Clausewitz in particolare. Già in Pace e guerra tra le nazioni i riferimenti a quest'ultimo sono numerosi, ma proseguendo negli studi e nelle ricerche sulle questioni strategiche contemporanee, in lui diventa pressante il bisogno di capire se era vero o meno che nell'età nucleare l'affermazione clausewitziana, da tutti citata "la guerra come continuazione della politica con altri mezzi" aveva perso il suo significato.
Nel contempo il teorico della politica è curioso di capire l'originalità di un pensiero che più di ogni altro ha saputo correlare fra loro la guerra e la politica.
Infine il filosofo è attratto da un pensatore che ha dato una dimensione filosofica al problema della guerra generando una vera e propria filosofia militare.



Questa operazione di approfondimento darà vita al già citato Penser la guerre, il suo ultimo capolavoro, che viene pubblicato nel 1976, un anno prima della scoperta di essere affetto dal grave male che sia pur lentamente lo porterà alla tomba.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un'opera di vaste dimensioni che richiederebbe uno studio approfondito che esula dagli scopi di questa relazione. 
Un'opera che ha come punti principali di interesse:
- la volontà di sottoporre a critica tutti i fraintendimenti del pensiero di Clausewitz che si sono avuti nelle dottrine strategiche del XIX e XX secolo;
- l'intendimento di attualizzare Clausewitz, mostrando l'utilità della sua teoria anchce nell'era atomica. Questo aspetto particolare è forse quello più innovativo, in quanto, secondo Aron, la presenza dell'arma nucleare non toglie rilevanza alla teoria clausewitziana, sia per quanto riguarda la formula arcinote del rapporto fra guerra e politica, sia per quanto riguarda la più complessa definizione trinaria della guerra, quella secondo la quale la guerra è un insieme:
- di passioni del popolo che Clausewitz chiama cieco istinto naturale;
- di scelte tattiche del condottiero militare o attività libera dell'animo;
- della ragione politica che usa la guerra per i propri fini e ne condiziona l'andamento o puro intelletto (o pura e semplice ragione).
La fine della guerra fredda e dello spettro della muta distruzione assicurata (MAD), se da una parte fanno ritenere superate queste considerazioni aroniane, non devono farci ignorare la minaccia della guerra convenzionale, animata dal nazionalismo, da uno, cioè dei tre elementi suddetti (le passioni del popolo) e devono indurci a riflettere insieme ad Aron sul pensiero di Clausewitz.


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(1) Angelo Panebianco, Introduzione alla edizione italiana di "Raymond Aron: La politica, la guerra la storia", Il Mulino, Bologna, 1992, p.39
(2) Raymond Aron, Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano, 1972, p. 505
(3) Ibidem, p. 509
(4) Ibidem, p. 511
(5) Talcott Parsons (1902-1979) sociologo statunitense ideatore della teoria generale per l'analisi della società detta "struttural-funzionalista"
(6) Raymond Aron, op. cit., p. 515
(7) Politica di potenza, tipica della Germania bismarckiana
(8) Raymond Aron, op. cit., p. 36
(9) Ibidem, p. 51
(10) Ibidem, p. 213
(11) Ibidem, p. 250
(12) Angelo Panebianco, op. cit., p. 37
(13) Raymond Aron, op. cit., p. 83
(14) Ibidem, p. 94
(15) Ibidem, p. 90
(16) Ibidem, p. 333
(17) Ibidem, pp. 358-359
(18) Ibidem, p. 440
(19) Vilfredo Pareto, Trattato  di sociologia generale, pubblicato in Italia nel 1917 
(20) Raymond Aron, op. cit., p. 440
(21) Ibidem, p. 180
(22) Raymod Aron, Marxismi immaginari, Franco Angeli, Roma, 1977, p. 10
(23) Angelo Panebianco, op. cit., p. 77

martedì 10 settembre 2013

RILEGGENDO OGGI IL MOTTO DI ARON: “PACE IMPOSSIBILE, GUERRA IMPROBABILE”

Interessante articolo di Mario Tonti dal sito Centro per la Riforma dello Stato del 4 nov. 2005

Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali. Perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.


Elenco alcune motivazioni che mi hanno spinto a scegliere questo taglio del discorso. Sono naturalmente motivazioni polemiche verso il senso comune intellettuale corrente. Non mi ritrovo d’accordo con l’idea che sarebbe intervenuta, recentemente e drammaticamente una cesura nella storia delle relazioni internazionali. O forse si potrebbe dire meglio che non vedo lo stesso tipo di cesura. Cerco di sfuggire in ogni modo all’enfasi “epocale” sull’11 settembre. Cerco di allontanarmi il più possibile dai discorsi sul dopo-'89. Ci tengo cioè a disimpegnarmi da qualsiasi tipo di chiacchiera post-moderna. Il mio problema di filosofia politica è oggi il dopo-Novecento, con tutto il carico di riflessioni sul passato che per fortuna non passa, sulle eredità, quelle sì d’epoca, da assumere e su quelle da respingere, sulle novitates vere intervenute dopo, che non compongono nuovi inizi ma impegnano a nuovi passaggi. Leggo qui dentro “guerra e pace”.


Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali: assumo senza patemi d’animo questa definizione “revisionista” del Novecento politico, utilizzandola a miei fini. Raymond Aron scrive Pace e guerra tra le nazioni tra 1960 e 1961. Il libro appare nella primavera del 1962. A ottobre-novembre 1962 esplode la crisi di Cuba. Ci si ferma, responsabilmente, sull’orlo della guerra nucleare. Interessante notare che intorno a quell’episodio, tra il prima e il dopo, la guerra fredda si stava trasformando in coesistenza pacifica. Le crisi servono a questo, ad accelerare i processi di cambiamento. Non cambia mai niente quando c’è solo sviluppo graduale. Che cos’era “guerra fredda”? Era scontro tra grandi potenze, o blocchi di potenza, armati di ideologie forti. Democrazia e comunismo erano allora miti collettivi contrapposti, sfere di appartenenza mobilitanti, che nascondevano e mascheravano prevalenti e fondamentali aspetti geopolitici. In realtà siamo già oltre la guerra tra le nazioni. L’ultima, forse, di queste guerre tradizionali fu la prima grande guerra, con le sue forme politiche e i suoi apparati tecnologici ancora ottocenteschi. Poi, tra gli anni venti e trenta – i due decenni decisivi del Novecento – avviene qualcosa di storicamente essenziale: la costruzione del socialismo in un paese solo, la grande crisi capitalistica, l’irruzione della soluzione totalitaria. La vera sostanziale trasformazione della guerra, e del rapporto pace/guerra avviene lì. Dentro la guerra totale si comincia a cercare e a sperimentare l’arma altrettanto totale, per chiudere la guerra e soprattutto per il comando sulla pace. Le guerre, che sono episodi storici di breve periodo, si combattono per conquistarsi il dominio sulla lunga durata della pace.

La terza grande lunga guerra mondiale (1947-1991, insisto 1991 e non 1989) comincia in realtà a Hiroshima: l’Arma di distruzione di massa chiude la guerra con il Giappone e apre la pace con l’URSS. Sia chiaro a tutti chi comanderà dopo. La terza guerra mondiale del Novecento sarà lunga perché non guerreggiata, o guerreggiata a livello globale/locale, non dico glocale per rispetto della lingua: formule, queste, che sembrano nuove di zecca ma stanno già lì e fanno parte del vecchio nihil novi . La globalizzazione dei mercati, delle monete, della produzione trova anticipazione fondativa nella globalizzazione delle guerre, con ricadute territoriali, in perfetta coerenza con le logiche di sistema. Corea, Suez, Algeria, Vietnam, il conflitto israelo-palestinese, per citarne alcune e dimenticarne altre, erano al tempo stesso guerre locali di dimensione sovranazionale e guerre civili interne alle nazioni, a volte interne ai blocchi, come sarà per le “rivolte” nei paesi dell’Est. A volte dimentichiamo di essere stati, noi, militanti, anzi combattenti della guerra fredda: per quanto mi riguarda combattente non pentito, avendo liberamente scelto la funzione di intellettuale organico di una parte contro un’altra, e producendo cultura proprio con questa forma di pensiero. Forte era la consapevolezza che lo scontro ideologico fra i due blocchi fosse guerra mondiale non guerreggiata. Il carattere mondiale della guerra vuole infatti che ci siano due sfere sovranazionali di quasi eguale potenza. La novità era nel fatto che la guerra fredda si presentava apertamente come “pace armata”, fondata sull’equilibrio del terrore “possibile”. Solo quando l’Arma fu nelle mani di tutti e due i contendenti, la pace impossibile divenne guerra improbabile.


"L’economia compare con la scarsità. L’abbondanza lascerebbe sussistere problemi organizzativi e non calcoli economici. Analogamente, la guerra cesserebbe di essere uno strumento della politica il giorno in cui cagionasse il suicidio comune dei belligeranti. La capacità di produzione industriale rende una certa attualità all’utopia dell’abbondanza, la capacità distruttrice delle armi rianima i sogni di pace eterna"(R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano 1970, p.38). Dal tempo del Vom Kriege di Clausewitz – dice Aron – due sono i mutamenti essenziali intervenuti: il salto dell’innovazione tecnica, che porta all’arma nucleare; l’estensione planetaria della società degli Stati, che porta oltre la dimensione europea. A proposito dell’armamento nucleare, parecchi fra teorici e pubblicisti hanno tratto la conclusione ormai banale, anzi triviale, secondo cui la guerra non sarebbe più la continuazione della politica con altri mezzi;. Aron si guarda bene dal riprodurre questa formulazione triviale. Quando, con la combinazione di armi di distruzione di massa e mondializzazione dei conflitti, oggi potremmo dire, quando con la forma-terrorismo globale, si passa a un livello superiore della scala della violenza e si mette in moto la famosa “ascesa agli estremi”, proprio allora ritorna l’obbligazione a scegliere definitivamente tra i due princìpi clausewitziani: "quello di distruzione, di annientamento e di decisione da una parte, quello di supremazia della politica dall’altra". "Se, come sono convinto, quest’ultimo principio domina il pensiero di Clausewitz nella sua sintesi finale, si ha il diritto di scrivere che solo il nostro secolo, o addirittura i nostri giorni, hanno pienamente chiarito il significato della teoria clausewitziana e della formula-cliché" (R.Aron, Clausewitz, il Mulino, Bologna 1991, pp. 116-117). I “nostri giorni” sono gli anni settanta del Novecento: Sur Clausewitz esce nel 1987, ma i saggi ivi raccolti furono composti tra 1972 e 1980, contemporaneamente alla elaborazione e pubblicazione di Penser la guerre, Clausewitz (1976).



Supremazia della politica, dunque, primato dell’azione politica sulla logica della guerra, anzi, per essere più precisi insieme a Clausewitz, logica della politica sopra la “grammatica” della guerra (vedi Della guerra, Mondadori, Milano 1970, p.811). Ma ad una condizione: che ci sia una divisione razionale degli interessi strategici in conflitto. E questa, ai nostri giorni, può essere data solo da una struttura bipolare dello scacchiere mondiale. Non è un dover essere. Così è stato. E qui voglio dire una cosa precisa: per la pace, contro la guerra, è più efficace una pratica di equilibrio delle forze che una teoria di regole condivise sotto l’egida di istituzioni al di sopra delle parti. Di qui, una necessità: "la capacità di abbracciare con un solo sguardo la guerra nella sua totalità" (R.Aron, Pace e guerra tra le nazioni, cit. p.62).La politica – diceva Clausewitz – deve conoscere lo strumento di cui si serve, non può esigere dallo strumento ciò che esso non può dare, è tenuta a sapere ciò che è naturale, ciò che è indispensabile. Della guerra, conoscere allora gli interessi che la muovono, i fini che si propone, l’apparato ideologico che la sostiene. E questo, volta a volta, caso per caso, in situazioni storicamente determinate: per sostituire lo strumento-guerra, renderlo inefficace, considerarlo, e farlo considerare, controproducente. Ma "il primato della politica – scrive Aron – è una proposizione teorica e non un consiglio di azione"(ivi, p. 69).

Questo significa la frase: la politica deve conoscere la guerra. E la formula non è meno vera in tempo di pace che in tempo di guerra. Perché l’unità della politica congloba pace e guerra, diplomazia e strategia. In genere la direzione degli affari esteri oscilla tra due estremi: l’ossessione della sola vittoria militare in tempo di guerra, l’indifferenza alle considerazioni militari in tempo di pace. "Alexis de Tocqueville aveva già notato questa propensione per una duplice frenesia – pochi soldati in tempo normale, poca sottigliezza diplomatica quando parla il cannone – e aveva visto in ciò l’espressione dello spirito democratico. La razionalità ordina invece di pensare alla pace nonostante lo strepito dei combattimenti e di non dimenticare la guerra nonostante il silenzio delle armi" (ivi, p. 63).

Penser la paix : ecco un bel tema. Ma non aspettare la guerra per pensare la pace. E non tralasciare, durante la pace, di pensare la guerra. Il pensiero politico, e la politica pratica, devono avere un’attenzione costante, continuativa, al tema pace/guerra. La mia impressione è che – dopo la fine della guerra fredda – questa attenzione non ci sia più stata. Causa, questa, non secondaria, di crisi della politica moderna, come caduta di classi dirigenti, degrado di élites politiche, miseria di pensiero strategico. Attraverso questo varco passa un fenomeno vistosamente contemporaneo: il linguaggio religioso, che conserva ancora un senso, invade il discorso politico, ormai privo di senso. I fondamentalismi, soprattutto delle religioni monoteistiche, pericolosamente estremizzano tradizioni teologiche tutt’altro che vocate a questo esito. Perché e come sia accaduto tutto questo, è ancora da capire. Io trovo, anche qui, una delle cause nel tanto auspicato e tanto apprezzato crollo delle narrazioni ideologiche, le uniche reti di appartenenza che tenevano insieme, razionalmente, grandi masse umane. Sarebbe onesto riconoscere che quel crollo, cantato in varie lingue come l’inizio della pace perpetua, si è in realtà rivelato come l’origine di un nuovo disordine mondiale. Senza arrivare all’Out of Control di Brzezinski, con il suo global Turmoil , le “guerre di faglia”, di cui parla Huntington, sono davanti ai nostri occhi. La mia tesi è questa: il bipolarismo politico – l’equilibrio di potenza – garantiva un ordine armato senza “ascesa agli estremi” (la famosa espressione di Clausewitz). E’ l’unilateralismo imperiale che provoca squilibrio altrettanto armato, con pericoli di escalation terroristica dall’alto e dal basso, in una terribile confrontation tra superpotenza legale unificata e diffusa forza clandestina. Pace e guerra, oggi, oscillano tra questi incontrollabili estremi.

E’ vero che la fine dello jus publicum europaeum ha lasciato luogo a organismi internazionali di garanzia e di sicurezza. Ma se guardiamo bene, anche quelli si basavano su un oggettivo tacito equilibrio di potenza. Vedi la logica che uniformava il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con i suoi membri permanenti, il diritto di veto, ecc. Non è un caso che, rotto quell’equilibrio, quella logica non funziona più. Quale altra soluzione concreta esiste, al di là delle buone care intenzioni pacifiste, oltre quella del ricostituire quell’equilibrio, del superare l’unilateralismo, del restaurare una reciproca forza di dissuasione? Il terrore statunitense per il proprio declino – fine del secolo americano, avvento del secolo asiatico – esplicitata dall’arrivo dei conservatives alla Casa Bianca: questa è la vera minaccia per il futuro dell’occidente, e della modernità occidentale, che in quanto struttura centrale nella governance del processo di globalizzazione, ributta poi sul mondo la vera minaccia per la pace. Di qui, la necessità politica di un ritorno d’Europa, che non va cercata tanto nella forma delle Carte di princìpi e di diritti, quanto nella costituzione materiale che le assegna la funzione storica di cerniera tra Occidente e Oriente, di ponte tra Nord e Sud del mondo. Interessante quella divisione geopolitica, che si era intravista durante la lunga preparazione e che subito era svanita con la breve conclusione dell’ultima guerra in Iraq: naturalmente demonizzata come una sciagura dai benpensanti di destra e di sinistra. E’ un fatto politico, non un giudizio etico, che la guerra a volte apre spiragli che la pace richiude. Sto parlando di quella divisione, relativamente possibile, e essa stessa al momento improbabile, tra due grandi sfere d’influenza, appunto geopolitiche: sfera euroasiatica da un lato, sfera anglosassone dall’altra. Non per uno scontro, ma per un confronto di civiltà, dialogo competitivo tra grandi differenze sul modo di fare società di donne e di uomini dopo il Novecento. Ancora per una volta, forse, terra e mare, ma con i mostri biblici, Leviathan e Behemoth, addomesticati, civilizzati. Per un nuovo Nomos der Erde.

E dunque, perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. E questo, non per una ragione di antropologia filosofica, pessimistica o realistica, per hobbesismo congenito. Non per una ragione di cristianesimo agostiniano, la civitas diaboli , la caduta, il peccato, il male, come dati naturali ineliminabili e solo redimibili, o con la grazia o con le opere. Ma per una ragione storica, sociale e politica insieme: questo è un mondo tuttora diviso. E malgrado le ideologie dominanti, complessificatrici, comunicative, rizomatiche, tutte democratiche, si tratta tuttora di una divisione dicotomica. La dicotomia che spezzava le società nelle nazioni si è attenuata, ma si è accentuata a livello mondo. Due processi che hanno marciato bene insieme. Un Terzo Mondo era possibile quando c’erano due soluzioni contrapposte, rappresentate da nomi, capitalismo e socialismo, che avevano dietro storia, pensiero, Stato, partito. Ora, non più. Sono rimasti due mondi, quasi senza nome, perché il residuo di eccedenza della divisione in classe è innominabile, pur in presenza di una valenza simbolica addirittura accecante: ricchezza diffusa da una parte, povertà diffusa dall’altra. Scrive Huntington: "In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse". E continua: "All’interno delle diverse civiltà si verificheranno guerre tribali e conflitti etnici". (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltài e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, p.17). Bene. Così non deve essere. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma anche qui, chiedo: c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Il conflitto organizzato è la “messa in forma” della guerra, è la sua neutralizzazione attraverso la politicizzazione. Pensare insieme pace e guerra, ci impegna allora a riafferrare un proposito che sembra definitivamente caduto, quello di ridare forma alla politica.


C’è un libriccino che in questi anni ho molto amato. L’autore è J.-J. Langendorf. Titolo: Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz (Adelphi, Milano 1980). La kantiana Critica sui limiti della ragione viene applicata alla razionalità della guerra. La realtà della guerra è inconoscibile come l’in sé della realtà, il noùmeno. Il fatto di guerra non si lascia circoscrivere in alcun modo, poiché l’avversario sfugge per definizione a ogni tentativo di delimitazione. Questo si è capito dopo Valmy, nel passaggio dalla guerra fridericiana alle guerre napoleoniche, dalla forma razionale della guerra alla guerra come luogo del demoniaco, dove conta l’azzardo, la sorpresa, la volontà, la decisione. La stessa cosa, su scala maggiore e con una progressione ulteriore, accade dopo la fine dello jus publicum europaeum . La guerriglia entra nella guerra. Accanto alle due figure simboliche di Aron, il diplomatico e il soldato, irrompe il partigiano. Lo “scatenarsi dell’irrazionale” prende anche questa forma. Conoscere pace/guerra vuol dire anche conoscere la non ragione della guerra. Del generale von Lignitz si diceva che "le azioni lo interessavano solo quando erano sul punto di compiersi. Quelle già compiute lo annoiavano". Piacevole sorpresa quel giorno che prese a parlare dell’avvenire. "Cominciò col raccontarci una storiella scritta da un suo compagno – un certo Kleist, mi sembra – suicidatosi da poco. Si trattava stranamente di un duello tra un orso e un celebre schermitore, il quale, malgrado tutta la sua scienza, la sua abilità e la raffinatezza nelle finte, non riusciva ad infliggere una stoccata decisiva all’animale, che si difendeva in virtù di una estrema economia di mezzi e le cui parate non erano in realtà che dei gesti grossolanamente abbozzati". E’ la tranquilla “filosofia dell’orso” di Kutusov contrapposta alla rapacità della sempre mobile scherma napoleonica. "L’intelligenza non è essenziale alla guerra: anteponetele la calma profonda dell’essere, e della forza"(ivi, pp. 843-86).

Così noi oggi: al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.

lunedì 18 ottobre 2010

Raymond Aron: come essere liberali oggi. Parte prima

di Gian Luigi Destefanis
dottore in Scienze Politiche e in Scienze Strategiche
(1999)


Raymond Aron (Parigi 1905-1983) è considerato uno dei più autorevoli intellettuali europei di orientamento liberale del XX secolo, una specie di "ultimo illuminista"(1) nel quale, secondo lo studioso francese Nicolas Baverez "la ragione occupa lo stesso posto che occupa Dio in Pascal" e che si distingue per il suo raro equilibrio e per la serenità di giudizio storico e politico. Spettatore attento e commentatore puntuale egli fu sempre engagé, come colui che egli chiamava ironicamente il "piccolo compagno" Jean Paul Sartre, questo impegno però, salvo rari momenti, si sviluppò da "l'altra parte" e soprattutto non fu mai offuscato da "odio incontenibile" e neppure mitigato da condizionamenti politici o ideologici; per intenderci dubbi del tipo di quelli che assalivano Sartre non albergarono mai nel suo animo.
La sua vita è stata caratterizzata inoltre da una poliedricità di interessi da cui sono scaturite opere significative in diverse discipline accademiche dalla sociologia alla filosofia, dalla scienza politica all'economia, dalle Relazioni internazionali, agli Studi strategici.
Ebbe anche una intensa attività di editorialista e commentatore politico su "Le Figaro", quotidiano parigino di orientamento centrista, largamente diffuso anche all'estero.
Egli aveva un'altissima considerazione di questo lavoro e diceva:
il commentatore che non è legato ad un partito compie una sorta di pubblico servizio che non è né scientifico, né partigiano...
e ancora
Il commentatore ideale soprattutto in materia economica, è un sapiente illuminato e scettico, non prigioniero delle teorie - fossero anche le proprie - il quale conserva il gusto del singolare, il consenso al pragmatismo e il sorriso del buonsenso,
ed è possibile affermare che con i suoi articoli egli si è molto spesso avvicinato a questo idealtipo.
Questo impegno di pubblicista e commentatore politico lo ha portato qualche volta, come osserva Cofrancesco (2), a "volare basso" e questo è stato interpretato da taluni come incapacità di sollevarsi dalla superficie delle cose; il suo riflettere sulle conseguenze che le decisioni politiche o la stabilità o meno degli assetti di potere hanno sull'uomo della strada è stato considerato di minore importanza.
A distanza di tempo l'atteggiamento è cambiato ed è stata riconosciuta la validità di questo suo sforzo di indagare e mettere a fuoco tutti i problemi con "una grande e infinita modestia"come egli stesso amava affermare.


Nelle sue Memorie (1983) egli scrive ;
«contro i mali della civiltà industriale, le armi nucleari, l'inquinamento, la fame o la sovrapopolazione, non detengo il segreto di rimedi miracolosi, ma so che le credenze millenaristiche o i sofismi concettuali non servono a niente: preferisco l'esperienza, il sapere e la modestia»
Questo suo modo di procedere nell'esame dei vari problemi che affronta è stato apprezzato in particolare da Ralph Dahrendorf, che ha dichiarato «uno dei più rilevanti tratti del suo stile argomentativo è la puntuale considerazione dei pro e dei contra. Seguirlo è un godimento intellettuale anche se ci si chiede talora come faccia ad uscire dal labirinto dell'argomentare e del contro argomentare. Ma alla fine ne esce e con lui il lettore».

Aron nasce a Parigi nel 1905 da una famiglia benestante della borghesia ebraica, a 19 anni viene ammesso all'Ecole normale Supérieure, Quell'anno insieme a lui entrò anche J.P. Sartre. Conseguita la laurea in filosofia Aron continua, dal 1930 al 1932, i suoi studi nella Germania di Weimar, in questo periodo viene a contatto con le nuove impostazioni teoretiche di Husserl e Heiddegger, ma soprattutto ha modo di conoscere ed approfondire il pensiero di Weber, pensiero che avrà una notevole influenza sulla sua formazione. Questa permanenza gli offre anche l'occasione di assistere alle prime manifestazioni naziste, esperienza che lo lascia esterefatto, e che gli fa presagire, fin d'allora, l'imminente tragedia e valutare l'entità del pericolo che minacciava l'Europa.
Rientrato in Francia pubblicherà negli anni successivi alcune opere legate alla sua esperienza di studio in Germania.
1935: La sociologie allemande contemporaine (tr.it. 1980)
1938 La philosophie critique de l'histoire e Introduction à la philosophie de l'histoire.
Pur essendo in quel periodo politicamente vicino alla sinistra, all'avvento al potere del Fronte popolare, non condivide alcune scelte economiche, che andavano contro il suo realismo weberiano, e soprattutto critica le fratture politiche e le divisioni ideologiche che tormentano la Francia, in un momento così critico, e che rischiano di portare all'imminente probabile conflitto un paese diviso e dilaniato, con conseguenze tragiche.
Nel 1940 allo scoppio della guerra viene mobilitato e dopo la disfatta dell'esercito francese si rifugia a Londra, dove si unisce al movimento gollista, e diventa collaboratore di "La France libre". Pur essendo vicino a De Gaulle, non esita a criticarne le manifestazioni di autoritarismo, arrivando fino ad attribuirgli velleità bonapartiste.
Ben presto però si ricrederà di questo suo errore di giudizio, riconoscendo di aver sottovalutato le convinzioni repubblicane del generale e, subito dopo la guerra, si schiera con il generale nella sua disputa con i fondatori della quarta repubblica, anche nella convinzione che solo un governo forte e stabile avrebbe assicurato la ripresa del paese.
In quei primi anni del dopoguerra è ancora vicino alla sinistra, collabora con il quotidiano della sinistra democratica "Combat" diretto da Marcel Camus ed assieme a J.P. Sartre ed a Merleau-Ponty fonda la prestigiosa rivista "Temps Modernes".
Ma il tempo della rottura è ormai vicino, la convinta adesione di Aron al Piano Marshall prima e poi al Patto Atlantico, lo rendono inviso ai suoi vecchi amici, tutti ormai schierati su posizioni filo-sovietiche e questa ostilità lo induce a passare sul versante opposto iniziando a collaborare con "le Figaro".
Questo cambiamento di fronte non lo porta tuttavia a schierarsi con la destra colonialista. Durante la crisi d'Indocina e più tardi durante quella d'Algeria assume posizioni di condanna verso la politica del governo ed arriva a scrivere dalle colonne di un giornale filo-governativo come 'Le Figaro" che "i valori occidentali condannano ogni colonizzazione".
Nel 1958 sostiene il ritorno al potere di De Gaulle, e più tardi si schiererà a favore di Pompidou e di Giscard d'Estaing, senza peraltro militare mai nelle file del gaullismo. Può così mantenere quel distacco che gli consente di criticare certi atti che non condivide, quali l'uscita dalla Nato voluta da De Gaulle e la fronda atlantica dei suoi successori.
Interessante è anche la posizione presa da Aron sull'unità europea. Fin dai primi anni del dopoguerra è uno dei sostenitori della riconciliazione franco-tedesca. Riconosce la necessità per la Francia di rinunciare al suo ruolo di potenza mondiale ormai insostenibile, e di accontentarsi del ruolo di potenza regionale. Si dichiara fervente europeista oltre che atlantista, ma quando si presenta nel 1954 il problema della difesa comune europea si schiera a sorpresa contro il Piano di Jean Monnet.
Non ritiene infatti ragionevole "creare un esercito europeo senza aver previsto un'autorità politica europea" e condivide la posizione di De Gaulle e Mendès-France secondo i quali "perché ci sia un esercito europeo occorre prima che esista l"Europa come entità politica, economica, finanziaria e soprattutto morale".
Siamo alla metà degli anni '50 e dopo aver pubblicato due opere sul nuovo sistema internazionale che nasceva dalla guerra fredda:
-1948 Le grand schisme (Il grande scisma)
-1951 Les guerres en chaîne (Le guerre a catena)
nel 1955 pubblica un'opera di grande spessore polemico L'oppium des intellectuels (tr. it. 1958: L'oppio degli intellettuali)

con la quale come dice Antonio Zanfarino nel "Pensiero politico contemporaneo"(3), intende:
“contrastare in anni cruciali di forte contrapposizione ideologica, le pretese dell'intellighenzia marxista di svolgere un'azione salvifica per una integrale conversione qualitativa della storia". pretesa che vuole non solo annientare la tradizione liberal-democratica, ma che vuole mettere fuori gioco anche le posizioni più equilibrate e ragionevoli della sinistra democratica.
Con questa opera, sempre citando lo Zanfarino, egli:
"ha denunciato nell'attività degli intellettuali marxisti le denigrazioni e gli anatemi che essi hanno riversato sui valori della civiltà occidentale, la loro pietà a senso unico, la loro smania di trascinare l'impazienza delle masse contro le corruzioni e alienazioni, artificiosamente esasperate, dei regimi liberali, democratici e riformisti e la loro acritica esaltazione dei regimi comunisti dell'Est, proposti anche per i nostri paesi come modelli di perfezione, come condizione di un progresso altrimenti impossibile".
Questo attacco non gli verrà perdonato e susciterà nella sinistra reazioni violente di rigetto. L'affronto non verrà facilmente dimenticato e un decennio più tardi Aron diventerà uno dei bersagli della contestazione studentesca; ma senza farsi intimorire egli sarà uno dei pochi intellettuali di punta, se non il solo, a schierarsi apertamente contro il montare della violenza studentesca, a criticare severamente l'inflazione di discorsi ideologici assurdi ed a condannare l'eccessiva indulgenza e il pernicioso paternalismo di molti colleghi della Sorbona. Questo suo severo atteggiamento gli varrà il rancore degli studenti e degli intellettuali di sinistra. Emblematico del clima di quegli anni lo slogan che circolava fra gli studenti "Meglio aver torto con Sartre che aver ragione con Aron". Questo clima lo induce a lasciare la cattedra di sociologia alla Sorbona che teneva dal 1956 per passare al Collegio di Francia ma, ancora a distanza di anni, sarà vittima di violente contestazioni. Invitato alla Ecole normale Supérioeure, per tenervi una conferenza, dovrà rinunciare per l'opposizione degli studenti.
Questo tuttavia non gli impedisce negli anni settanta di diventare uno degli intellettuali europei più stimati e ascoltati. Gli anni sessanta restano importanti nella sua vita anche per il notevole numero di opere che pubblica. Dal 1960 al 1969 escono in Francia ben 15 opere che spaziano nei vari settori indicati in precedenza, e molte di esse vengono anche tradotte in italiano.
Fra queste meritano di essere ricordate almeno:
1960 La démoctatie à l'épreuve du vingtième siècle (La democrazia alla prova del XX sec., tr. it.1960)
1962 Paix et guerre entre les nations (Pace e guerra tra le Nazioni, tr.it. 1970)


1964 La lutte des classes (La lotta di classe, tr. it. 1967)
1965 Démocratie et totalitarisme ( tr. it. Teoria dei regimi politici 1973)
1967 Les étapes de la pensée sociologique (Le tappe del pensiero sociologico, tr. it. 1972)
1969 D'une sainte famille l'autre (tr.it. Marxismi immaginari 1972)
Negli anni settanta il ritmo rallenta anche perché nel 1977 viene colpito da un tumore, al quale riesce a sopravvivere sei anni.
Nel 1976 aveva pubblicato dopo decenni di studi approfonditi quello che è considerato uno dei suoi capolavori Penser la guerre uno studio sull'opera del Clausewitz, purtroppo mai tradotto in italiano.
Dopo la sua morte avvenuta a Parigi nel 1983 sono uscite altre opere inedite e altre sono in corso di pubblicazione.
Si tratta di una vastissima produzione, Angelo Panebianco nel suo saggio introduttivo all'opera di Aron “La politica, la guerra, la storia” (Il Mulino, Bologna, 1992) elenca oltre cinquanta opere, moltissime delle quali però sono relative alla politica internazionale contemporanea e sulle quali lo stesso Aron nelle sue Memorie userà parole severamente autocritiche, giudicandole eccessivamente giornalistiche e troppo appiattite sugli interrogativi più contingenti.
Come filosofo Aron, al contrario di Jean Paul Sartre, non ha creato sistemi, anche perché a partire dal dopoguerra la sua attenzione si è rivolta prevalentemente ad altre discipline; tuttavia alcune convinzioni filosofiche che egli fa sue nella fase prebellica del suo lavoro di studioso, lo seguiranno per tutta la vita e daranno "coerenza e compattezza"(Panebianco: op. cit. p.15) alla sua opera.
Come già accennato al rientro dai suoi studi in Germania egli focalizza la sua attenzione sulla sociologia e lo storicismo tedeschi, soprattutto nell'opera, mai tradotta in italiano, "L'introduction à la philosophie de l'histoire" nella quale egli sottolinea gli aspetti relativi e trascendenti della storicità.
Egli sostiene che la storia non è retta da leggi necessarie e di conseguenza non si può parlare di obiettività storica in senso stretto; l'obiettività delle scienze storiche è solamente metodologica e quindi relativa. Questo punto di vista è all'origine della polemica che vedremo più avanti, contro il marxismo come dottrina che pretende di riconoscere nella storia una legge assoluta.
In campo accademico egli si è mosso prevalentemente nell'ambito della sociologia (Sorbona e Collegio di Francia) anche se Panebianco lo definisce "una figura anomala nel panorama delle scienze sociali .... il cui centro di interesse preminente se non esclusivo era la politica", tema intorno al quale, nella grande varietà dei suoi interessi, ha ruotato tutta la sua opera.
Lo stesso Panebianco però non trova comunque calzante definirlo "sociologo politico" in quanto la sua concezione della politica si differenzierebbe da "riduzionismo tipico delle principali scuole sociologiche, da quella durkheimeiana, a quella marxista" non accettando tesi secondo cui la politica sarebbe una sfera di attività "eteronoma", dipendente da "altro", si tratti, a seconda delle varie scuole della coscienza collettiva, della densità sociologica o dei rapporti di produzione.
Da questa visione derivano alcune idee che sono basilari per capire l'opera di Aron:
1) l'idea dell'autonomia della politica e della sua non riconducibilità ad altro da sé
2) l'idea del primato della politica intesa come sfera di attività da cui scaturiscono decisioni collettivamente vincolanti e proprio per questo sovraordinata agli altri ambiti societari.
A conferma di questo suo convincimento egli afferma in una pagina di "Teoria dei regimi politici": «È vero che un osservatore può considerare il volume della produzione globale o la ripartizione delle risorse come il fenomeno più importante. Per quel che riguarda l'uomo la politica è più importante dell'economia, diciamo per definizione, in quanto la politica concerne più direttamente il senso stesso dell'esistenza. I filosofi hanno sempre pensato che la vita umana è, per così dire, costituita dai rapporti con le persone. Vivere umanamente significa vivere con altri uomini. I rapporti degli uomini tra loro sono il fenomeno fondamentale di ogni collettività. Ora l'organizzazione dell'autorità influisce sul modo di vivere in maniera più diretta di qualsiasi altro aspetto della società».
Alcuni colleghi sociologi lo accusarono di scivolare con i suoi corsi alla Sorbona dalla sociologia alla scienza politica. La sua risposta fu che egli si sentiva di appartenere ad una tradizione sociologica diversa da quella dei Comte o dei Durkheim, una tradizione impegnata nello studio dei fenomeni politici colti nella loro autonomia e delle "condizioni e le conseguenze sociali del politico", che faceva riferimento ai Montesquieu e ai Tocqueville.
Ed in linea con questa sua concezione egli ha inserito nella sua opera "Le tappe del pensiero sociologico"(1967),


con un atto un poco azzardato secondo i suoi critici, questi due autori fra i padri fondatori della disciplina accanto ai soliti Comte, Marx, Durkheim, Weber e Pareto.
Ora questa distinzione dai suoi colleghi sociologi per il primato che assegna alla politica non deve indurci a ritenerlo per questo vicino agli scienziati politici, infatti egli si differenzia dalla maggior parte di loro per l'attenzione che porta ai rapporti fra la politica l'economia, e la società nel suo complesso.
Contrariamente ai molti politologi per i quali l'idea del primato della politica consiste nella convinzione che sia necessario studiare la dinamica politica considerata in isolamento dalle altre sfere dell'attività umana, Aron sosteneva che era necessario partire dalla politica per esplorare le interrelazioni fra i diversi aspetti del funzionamento della società. Secondo Panebianco Aron si muove sulla stessa linea di Giovanni Sartori, che nel suo saggio del 1968 "Alla ricerca della sociologia politica" arriva a conclusioni pressoché identiche pur partendo da premesse diverse.
Sociologia politica concepita, in sostanza, come strumento per comprendere i principi costitutivi dei sistemi sociali, partendo proprio dalla autonomia e dal primato della politica.
Sociologia anche collegata con la filosofia politica, e che esamina la società contemporanea rifacendosi ai metodi dei grandi pensatori politici del passato e riprendendone gli interrogativi.
Un tale tipo di sociologia poteva essere proposta e praticata solo in Europa in quanto si differenziava nettamente dalla impostazione statunitense che nel dopoguerra fu a lungo culturalmente egemone in questo settore.
La sociologia di Aron inoltre è sostanzialmente una sociologia "macro", in quanto ricostruisce la logica di funzionamento dei sistemi politici contemporanei nelle loro relazioni interne e con gli altri ambiti societari e questo avviene tenendo fermi quattro specificità proprie della tradizione sociologica europea:
1) il rifiuto del comportamentismo che per lungo tempo ha dominato nella sociologia e nella scienza politica statunitense, Aron è contrario alle spiegazioni naturalistiche dei comportamenti sociali;
2) il dialogo con la tradizione classica del pensiero politico europeo, contrariamente a quanto si è verificato nelle scienze sociali statunitensi, dove invece è abbastanza diffusa la tendenza a seguire l'esortazione di Robert Merton (4) di "dimenticare i propri progenitori".
Per quanto riguarda Aron, invece, non esiste alcun problema attinente alla politica attuale che egli non affronti partendo dall'esperienza dei classici;
3)l'attenzione alla dimensione storica dei fenomeni politici in opposizione alla tradizionale astoricità della scienza politica statunitense;
4)infine sul piano sostanziale, più che su quello metodologico, la concezione di Aron si riallaccia alla tradizione europea per la centralità che attribuisce al ruolo della guerra nella fenomenologia politica, attribuendole una importanza decisiva per la comprensione della politica, cosa che non si verifica nella scienza politica statunitense, dove l'analisi di fenomeni bellici viene delegata ad una sotto-disciplina specialistica, le Relazioni Internazionali.
Un altro aspetto importante nel pensiero di Aron, dopo quello della centralità della politica, è rappresentato dal ruolo che egli attribuisce alla democrazia intesa nel senso conferito al termine di Tocqueville.
Per Aron questo grande teorico della democrazia è colui che puù di ogni altro ha definito l'aspetto politico della modernità. In un saggio intitolato "Delle libertà" Aron scrive:
La democrazia, così come la concepisce ordinariamente Tocqueville viene definita essenzialmente come negazione dell'aristocrazia, la sparizione degli ordini privilegiati, la cancellazione delle distinzioni di status e, fra uomo e uomo, la tendenza a un'eguaglianza economica, a un'uniformità nel modo di vivere. Con l'aristocrazia sparisce il rapporto fra padrone e servitore. Ricchezza e potere tendono a dissociarsi. Il lavoro diventa l'attività onorata, normale, di tutti e di ciascuno.
Se per Comte (e anche per Marx) l'industrialismo era l'orizzonte insuperabile della nostra epoca, per Tocqueville essa è invece caratterizzata dalla legittimità  democratica: come osserva Cofrancesco (5) la sovranità popolare, piaccia o meno, rappresenta il principio cui fatalmente sono portati a richiamarsi tutti i regimi; essa non significa, necessariamente, organizzazione del dissenso, garanzie di libertà per individui e gruppi, ma solo che la forza dei governanti non può che derivare dal consenso dei governati (indipendentemente che si tratti di consenso fittizio o estorto) e che la giustificazione dei primi non può che trovarsi nella protezione legale e nella opportunità di vita assicurati (o promessi) ai secondi. 
Un altro aspetto importante nella teoria aroniana è quello della struttura elitistica del potere, ricavato principalmente da Mosca e Pareto.
Egli infatti dice che non si può concepire un potere che, in un certo modo, non sia oligarchico. Nell'opera "Teoria dei regimi politici" egli scrive:
L'essenza stessa della politica è che le decisioni vengono prese per e non dalla collettività. Le decisioni non potrebbero venir prese da tutti. La sovranità popolare non significa che la massa dei cittadini prenda essa stessa, direttamente, le decisioni relative alle finanze pubbliche o alla politica estera. È assurdo paragonare i regimi democratici moderni all'idea irrealizzabile di un regime in cui il popolo governi da sé.(p.112)
Egli trovava inutile denunciare, ad esempio, la classe dirigente sovietica in quanto detentrice del potere e dei privilegi ad esso legati: tutti i sistemi politici sono caratterizzati da una minoranza che governa e dal resto degli uomini che si conforma (o si adegua o si rassegna) alle sue decisioni.
Quello che invece è importante vedere è quali sono i concreti criteri di riferimento che permettono di stabilire differenze significative tra un'oligarchia e l'altra e pertanto bisogna chiarire (citando sempre dalla "Teoria dei regimi politici"):
In primo luogo: Chi fa parte dell'oligarchia? Chi fa parte della minoranza dominante e fino a che punto è faciel entrarvi? La minoranza che governa è un circolo più o meno aperto o chiuso?
In secondo luogo: Che genere di individui ha la possibilità, in qualsiasi tipo di regime, di accedere ai ranghi del personale politico?
Ed ancora: Quali sono i privilegi di cui godono i memebri della minoranza che governa?
Ed infine: Quali sono le garanzie che questo tipo di regime dà ai governanti? Chi, in un regime di questo tipo, possiede realmente il potere e che significato ha la nozione, comunemente usata, di "possedere il potere"? (p.112)
Si tratta di un tema sul quale Aron è tornato ripetutamente in numerosi saggi nei quali ha espresso alcune considerazioni importanti. 
Se la struttura dei gruppi dominanti determina l'essenza dei regimi politici, se 
non è lo stato delle forze produttive, ma lo stato delle forze politiche (...) che costituisce la causa principale delle variazioni nelle caratteristiche delle varie società, della caduta o dell'emergere di un tipo di società o un altro,(6)
ciò significa che sono e élites, in definitiva, a determinare al storia dei popoli.



Non c'è dubbio, scrive Aron in un altro saggio (7), che il sistema costituzionale proprio di ogni società ne costituisce un tratto caratteristico.  La vera natura di un sistema costituzionale si può tuttavia capire soltanto tenendo conto degli uomini che in realtà lo fanno funzionare.
La sua indagine sui sistemi pilitici prosegue con un confronto fra i regimi costituzionali e pluralistici, da un lato, e quelli a partito unico (o monopolistico), dall'altro.
Il confronto viene effettuato studiando i metodi e le forme istituzionali della competizione per il potere. Egli scrive che:
Ogni regime politico è caratterizzato dalla maniera particolare in cui regola i conflitti sociali e il rinnovamento dei gruppi al potere.
Egli approfondisce in particolare il sistema politico sovietico e quello occidentale, ponendoli su un palcoscenico comune: La società industriale. Entrambe le strutture di potere sono caratteizzate da sistemi produttivi, da obiettivi di crescita e di sviluppo che tendono a renderli simili.
Le società che si credono più nemiche, cioè quella sovietica e quella occidentale, sono meno diverse tra loro, nella misura in cui sono industrialmente sviluppate, di quanto lo siano entrambe da quelle società che si sono appena avviate sulla strada dell'industrializzazione. (8)
Quello che le differenzia è il regime politico!
Le società occidentali sono caratterizzate dalla dissociazione dei poteri:
Coloro che esercitano il potere in regime democratico sanno di dovere la loro situazione all'elezione; accettano in anticipo di buon grado di abbandonare le loro funzioni se il responso delle urne sarà, la volta seguente, sfavorevole. (9)
Vi è anche la separazione tra uomini politici e amministratori, fra funzionari pubblici e dirigenti industriali.
Esiste infine quella che viene chiamata l'organizzazione permanente dei non privilegiati a scopo rivendicativo, che però è guidata secondo Aron da persone che non pretendono di essere i latori di una verità suprema, ma sottoscrivono le regole del gioco e accettano il regime nel quale vivono.
Al contrario la società industriale di tipo sovietico è  caratterizzata dall'unificazione delle categorie che esercitano i poteri politici ed economici.
Gli stessi uomini sono membri del partito, dei mezzi di produzione o funzionari dei ministeri. Non ci sono carriere differenti per gli uni o per gli altri. (10)
Giunti al potere in seguito ad un processo rivoluzionario i capi:
vogliono essere a un tempo interpreti della verità suprema, dirigrnti politici e gestori del lavoro in comune (...) non possono non voler adempiere queste tre funzioni contemporaneamente perché pensano che la loro dottrina stia al di sopra delle religioni tradizionali e formuli la verità scientifica, perché ritengono che tramite loro, sia al governo lo stesso proletariato, (11) 
mentre i proprietari dei mezzi di produzione che, in quanto tali, sono sfruttatori, vanno eliminati.
Il dissenso viene represso in quanto in una società politica senza classi (o sulla via per esserlo) la pluralità politica che esprime l'antagonismo sociale non può essere tollerata.
Nei regimi comunisti, gli uomini di partito si vogliono contemporaneamente classe politica, gestori dell'economia e sacerdoti della religione secolare. In altre parole tendono ad unire nelle proprie mani, potere temporale e potere spirituale, l'esercizio del potere più significativamente politico e quello del potere amministrativo. (12)
Egli fa anche un'accurata analisi del ruolo centrale che assumono i partiti (o il partito) nei due sistemi. Il partito infatti è l'espressione privilegiata del principio di legittimità democratica che abbiamo visto in Tocqueville, al quale si richiamano tutti i regimi. Aron dice:
Il potere viene dal popolo; è nel popolo che risiede la sovranità. Di conseguenza la cosa più importante, in un'epoca in cui si accetta come evidente la sovranità democratica, è la modalità istituzionale della traduzione del principio democratico. (13)
Ed in questo quadro, tenuto conto che i regimi poltici, come abbiamo visto, hanno carattere oligarchico, il ruolo del partito assume una importanza essenziale per l'adempimento di una funzione che è di tutti i regimi politici: la scelta dei governanti.
Inoltre secondo Aron, esso consente di recuperare il criterio antico di classificazione dei regimi politici, che era basato sul numero dei detentori del potere, questo in una società nella quale in teoria tutti ne risultano titolari.
L'antitesi: uno, pochi, molti che non avrebbe ragione di esistere, trova così nei partiti il nuovo referente. Egli dice:
in un certo senso questa trasposizione può sembrare un pò strana perché il partito non ha esistenza ufficiale nelle costituzioni; essa tuttavia ha la sua ragion d'essere. I partiti sono, in certo modo, gli agenti dells vits politica; è nei partiti che si lotta per arrivare in prima fila, è per mezzo deipartiti che si accede all'esercizio del potere. Dunque, ponendo la domanda: esistono uno o più partiti, applico alla vita politica moderna una opposizione classica nella filosofia del passato. (14)
Il partito inoltre rappresenta il punto cruciale per determinare la dissociazione tra il detentore de jure della sovranità e il detentore de facto del potere, che rende impossibile la democrazia repubblicana della "polis" e rende necessario il ricorso alla rappresentanza, per la quale, senza dubbio, risulta decisivo il fatto che ci siano uno o più partiti.
Per Aron:
i partiti sono l'elemento attivo della politica, è tra i partiti o all'interno di essi che si svolge il gioco politico, che ci si dà battaglia. Una delle principali caratteristiche dei sistemi moderni è di considerare il conflitto come fatto normale. Accettare come criterio l'unicità e la pluralità dei aprtiti significa giudicarela modalità di organizzazione della lotta di parte una caratteristica dei regimi politici contemporanei. (15)
Per quanto riguarda i sistemi di partito unico Aron non nega che possano avere una certa presa sulle masse:
vi sono ragioni che possono indurre un uomo sano di mente ad essere fautore del regime sovietico, lasciando da parte l'ideologia ufficiale.(16)
Il convincimento dell'operaio di non essere vittima dello sfruttamento, dal momento che sono scomparsi  i capitalisti - il che comporta l'eliminazione di un fattore psicologico di conflitto; la possibiltà per il governo, di fissare, attraverso la pianificazione e la mobilitazione dall'alto delle risorse, le priorità produttive, senza essere vincolato dal disordine del mercato; la maggiore disposizione ad affrontare sacrifici, in termini di reddito individuale, in virtù della "chiarezza del bilancio sociale e dell'enfasi delle autorità pubbliche sui grandi obiettivi da raggiungere. (17)
Resta però il fatto che certe soglie di liberalizzazione non possono essere superate, pena la crisi della supremazia del potere, ma vanno amntenuti il monopolio dell'attività politica da parte del partito, il primato dell'ideologia che conferisce a quest'ultimo un'autorità asoluta; il controllo dei mezzi di comunicazione e degli dtrumenti di violenza.
In sostanza il gruppo dirigente sovietico si identifica in toto col regime politico e questo coincide con la teorie elitistica coniugata da Aron, però mancano le strutture di controllo e di contenimento e le regole del gioco sono dettate e condivise dalla sola parte attiva del sistema: il partito unico.
Tutti questo ci porta a spiegare il crollo dei regimi a partito unico con la battuta che chiude il saggio di Cofrancsco:
i regimi comunisti non sono caduti perché c'era troppo stato, ma perché nono ce n'era affatto, o meglio, perché al posto dello stato c'era il partito. (18)

FINE PRIMA PARTE
la seconda parte può essere consultata qui
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(1) Dino Cofrancesco, "R. Aron: Democrazia e Totalitarismo" in AA. VV., Il pensiero politico europeo [1945-1989], CET, Firenze, 1994, p.23
(2) op. cit., p. 21
(3) Antonio Zanfarino, Il pensiero politico contemporaneo, Marano Editore, Napoli, 1994, p.563

(4) Primo e più significativo esponente del "funzionalismo critico": necessità di integrare sociologia e ricerca empirica sull'analisi della struttura sociale da un punto di vista funzionalistico.
(5) Dino Cofrancesco,  op. cit., p. 25
(6) "Classe sociale, classe politica, classe dirigente (1960)", in Raymond Aron, La politica, la guerra, la storia, a cura di Angelo Panebianco, il Mulino, Bologna, 1992, p. 307,
(7) "Struttura sociale e classe dominante (1950)", c. s., p. 285
(8) Raymond Aron, Teoria dei regimi politici, edizioni di Comunità, Milano, 1973, p. 304
(9) Raymond Aron, La lotta di classe, edizioni di Comunità, Milano, 1982, p. 128
(10) Ibidem, p. 131
(11) Ibidem, p. 127-128
(12) Raymond Aron, Memorie, 50 anni di riflessione politica, Mondadori, Milano, 1984, p. 411
(13) Raymond Aron, Teoria dei regimi politici, cit., p. 83
(14) Ivi
(15) Ibidem, p. 84
(16) Ibidem, p.116
(17) Ibidem, p.18
(18) Dino Cofrancesco, op. cit., p. 36