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domenica 6 ottobre 2013

ISRAELE: La guerra dello YOM KIPPUR (6 ottobre 1973)

Il 6 ottobre di 40 anni fa, alle ore 14,00 iniziava l'offensiva degli eserciti arabi contro Israele, di seguito una sintesi di quegli avvenimenti.

1. Con la vittoria nella “guerra dei 6 giorni” del 1967, ISRAELE era passato da un territorio di 22 mila Km² (equivalenti alla Puglia, ad oltre 100 mila Km² cioè 1/3 dell’Italia.
Nello stesso tempo la popolazione araba inglobata saliva da circa 200 mila ad 1 milione di persone, portando con se un enorme carico d’odio, rancori, vendette ed aspettative frustrate.
2. La risoluzione n. 242 dell’ONU del 22 nov. 1967 che stabiliva il riconoscimento ed il rispetto per la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni stato, fu definita “capolavoro di doppiezza”, in quanto redatta volutamente in termini vaghi in modo da essere accettata da tutti, fu interpretata:
- dagli arabi come l’impegno delle Nazioni Unite ad obbligare ISRAELE ad evacuare tutti i territori ed a far rientrare i profughi palestinesi nelle loro case;
- da ISRAELE come un’autorizzazione a prolungare l’occupazione dei territori conquistati fino al proprio riconoscimento come “STATO” e quindi fino alla pace condivisa da tutti.


Negli Stati Arabi tuttavia, anche a causa delle delusioni patite, iniziò a prendere forza e diventò sempre più diffusa una tendenza che ai giorni nostri è d’estrema attualità: il fondamentalismo islamico.
Il messaggio dell’integralismo religioso, più facilmente comprensibile dalle masse, già mantenute nell’ignoranza e poco permeabili a nuove ideologie, a nuovi modelli di vita, sostenne che gli arabi avevano perduto la guerra in quanto separati dal loro credo, dalla loro fede, e quindi facile preda del nemico.
In questa visione, la debolezza araba era dovuta all’azione paralizzante di false dottrine universalistiche, liberali ed anche marxiste.
Queste dottrine, secondo gli IMAM, utilizzate dagli occidentali per organizzare la loro società, non servivano ai popoli che avevano trovato la loro identità sotto la bandiera dell’ISLAM.
Solo il CORANO che segna l’unica via dettata dal Profeta e che regola la vita umana sotto tutti gli aspetti: civili, giuridici e religiosi consente al fedele musulmano di abbandonarsi alla volontà di ALLAH, il grande e misericordioso e quindi, gli appelli alla lotta contro ISRAELE, prima laicamente anticolonialisti ed antimperialisti diventarono sempre più accesi appelli religiosi alla JIHAD, alla guerra santa.
I Palestinesi, per altro verso, realizzarono che la soluzione del problema di un loro STATO, non poteva essere risolto solo dagli STATI ARABI, profondamente divisi fra loro e sostanzialmente orientati a perseguire i propri interessi nazionalistici; ma che la lotta contro ISRAELE ed i PAESI che lo sostenevano, doveva uscire dal M.O. ed avere una maggiore visibilità, cioè avere per palcoscenico l’ambito internazionale.
3. Da queste considerazioni scaturirono:
1) una più decisa attività diplomatica dell’O.L.P. (Organizzazione per la liberazione della Palestina) che nel 1968 affidò la presidenza dell’organizzazione a YASSER ARAFAT già capo di una delle sue frazioni “AL FATAH”


2) la conferma nella propria carta costituzionale dell’obiettivo fondamentale della loro lotta: la distruzione di ISRAELE;
3) l’avvio della politica del terrorismo internazionale che produsse dirottamenti aerei, stragi, sequestri dei quali, tanto per citare solo due esempi, l’attentato all’Aeroporto di TEL AVIV da parte di terroristi giapponesi affiliati a “SETTEMBRE NERO” e quello di Monaco di Baviera durante le Olimpiadi del ’72, dove venne massacrata la squadra olimpica israeliana.
La fazione terroristica “SETTEMBRE NERO” una componente di AL FATAH nasceva in ricordo della strage di palestinesi in Giordania nel settembre del 1970.
E’ un episodio che vale la pena di ricordare come l’esempio della difficoltà dei rapporti fra i PAESI ARABI ed i profughi Palestinesi.
Nel 1969, NASSER che non voleva accollarsi il problema dei profughi, spinse l’ O.L.P. a stabilire rapporti politici con HUSSEIN di GIORDANIA.


In breve tempo però i guerriglieri palestinesi accentuarono la loro autonomia in territorio giordano, tanto che diventarono uno stato nello stato, minacciando così la stabilità politica della monarchia hascemita.
4. RE HUSSEIN capì che i Palestinesi lo stavano detronizzando e stava perdendo anche il sostegno delle sue forze armate.
Una mattina in un reggimento carri della sua “LEGIONE ARABA”, all’atto dell’alzabandiera, furono innalzate …un paio di mutande…e non c’erano dubbi sul significato di quel gesto.
A questo punto, RE HUSSEIN, per riprendere in mano la situazione dette un “ultimatum” alle organizzazioni palestinesi di ritirarsi dalle città ed, al loro rifiuto, scatenò una cruenta repressione volta a liberare l’intera GIORDANIA dalla loro presenza.
I combattimenti durarono dal settembre 1970 all’aprile del ’71 causando la morte di oltre 5000 persone (l’80% civili), 10 mila feriti e più di 1000 dispersi.
I Palestinesi cacciati dalla GIORDANIA ripararono in LIBANO ed in SIRIA sconvolgendo anche in questi paesi, il precario equilibrio fra le diverse comunità.
(La strage di SABRA e SHATILA in Libano nel 1982 ad opera dei cristiani maroniti fu solo una delle conseguenze. Nel luglio scorso abbiamo visto in azione palestinesi e sciti Hezbollah).
E ritorniamo a parlare della situazione geopolitica fra Israele e gli Stati Arabi.
5. La guerra dei “6 GIORNI” aveva permesso ad ISRAELE di estendere le condizioni di sicurezza che costituivano lo scopo primario di ogni conflitto affrontato. La politica di ISRAELE dalla sua costituzione nel 1948 è stata sempre quella di tentare di barattare la terra o territori con il suo riconoscimento.
La frontiera con la GIORDANIA era stata ridotta ad una sessantina di Km. lungo il GIORDANO e, se prima della guerra gli egiziani erano ad una cinquantina di Km. da TEL AVIV, adesso dovevano percorrere oltre 400 Km. per colpire la capitale.
Al contrario IL CAIRO distava 12 minuti d’aereo dal nuovo confine del SINAI.
Nella seconda metà del 1969, (mentre in LIBIA un colpo di stato deponeva RE IDRIS ed il potere veniva assunto dal Col. MOHAMMAD EL GHEDDAFI), NASSER, rifornito dalla RUSSIA, abrogava unilateralmente il “cessate il fuoco” del giugno ’67 e dava inizio ad una “guerra di attrito” o “di usura” lungo le sponde del CANALE DI SUEZ.
L’idea del RAIS egiziano era quella che Israele non avrebbe potuto sostenere a lungo un impegno pesante in termini di mezzi e soprattutto di uomini (di cui l’Egitto aveva grande abbondanza) e quindi dopo aver imposto agli israeliani un prolungato logoramento, tentare un attacco in forze.
In realtà si vide poi, che, mentre l’artiglieria egiziana provocava danni relativamente lievi alle linee israeliane, l’aviazione egiziana a furia di prenderle da quella avversaria, era perfino più immiserita rispetto alla fine della guerra dei 6 giorni.
6. Inoltre, nel gennaio 1970, i nuovi aerei israeliani PHANTOM F.4 acquistati negli STATI UNITI, si spinsero in profondità nel territorio egiziano con una serie di azioni, con lo scopo di diminuire la pressione sul CANALE ed ingenerare nella popolazione egiziana un senso di insicurezza tale da spingerla ad invocare un nuovo “cessate il fuoco”.
Questa situazione indusse l’UNIONE SOVIETICA ad intensificare il suo impegno per riarmare l’EGITTO ed accese una diatriba con gli STATI UNITI a proposito della fornitura delle armi ai contendenti.
7. I sovietici accusavano gli americani di fornire ad ISRAELE armi offensive ovvero gli aerei, mentre loro, affermavano, si limitavano a quelle difensive ossia (quelli per abbatterli) i SAM, i missili terra-aria.
In realtà dall’UNIONE SOVIETICA e dai PAESI SATELLITI raggiunsero l’EGITTO, ma anche l’IRAQ e la SIRIA, forniture militari di una quantità mai raggiunta in precedenza, accompagnate, allo stesso tempo, da un numero enorme di consiglieri militari ed istruttori.
Tuttavia i veri problemi per ISRAELE arrivarono col terrorismo palestinese fino ad allora poco più che molesto.
La nuova strategia del terrorismo, come abbiamo accennato, contemplava azioni al di fuori dello stesso ISRAELE, dovunque l’attentato potesse suscitare clamore, risonanza, ed obbligava gli israeliani ad intensificare i propri sforzi per combatterla in campo internazionale, utilizzando uomini e risorse a scapito dell’impegno in ambito locale.
8. Nel del 1970 moriva NASSER ed il potere in EGITTO venne assunto dal più moderato ANWAR AL SADAT,


La situazione però non si modificò anzi l’EGITTO accentuò la propria dipendenza da MOSCA in cambio di sempre più consistenti aiuti militari.
Nel 1972 però anche a causa dell’inevitabile invadenza sovietica ed indispettito dalla preferenza che i russi davano al conflitto indo-pakistano e dalla renitenza a fornire ulteriori carri ed aerei, SADAT finì per espellere i consiglieri russi (circa 15000) i quali andandosene affermarono che il loro compito, quello di rimettere in piedi l’esercito egiziano, si era concluso. (In Sudan un colpo di stato del Gen. NIMEIRI GIAFAR MUHAMMAD portò anche qui all’allontanamento dei consiglieri sovietici e successivamente all’eliminazione fisica del Partito Comunista Sudanese).
La RUSSIA ad ogni modo, aveva appena rinnovato un più stretto legame con la SIRIA e l’IRAQ, che rigurgitavano di propri consiglieri, e quindi conservava agevolmente il controllo dell’area mediorientale.
9. SADAT però sul fronte interno aveva grossi problemi.
L’economia egiziana era disastrata, prostrata dalle spese militari e, paradossalmente, solo una guerra che permettesse agli egiziani di riconquistare la riva orientale del CANALE DI SUEZ (cioè quella del SINAI) e riaprire la via d’acqua fruendo dei pedaggi, poteva risollevarla.
Ed ecco il nuovo orientamento politico che influenzerà anche la strategia militare.
Una guerra. Ma non per l’annientamento di ISRAELE che SADAT sapeva di non essere in grado di condurre; solo un obiettivo limitato: riconquistare una fascia del SINAI di una certa profondità prospiciente al canale.
Tuttavia anche per un obiettivo, così limitato occorrevano una serie di circostanze al momento non disponibili: l’appoggio sovietico per potenziare le capacità offensive delle sue Forze Armate; la ricostruzione di un fronte comune con SIRIA, GIORDANIA e IRAQ.
Ricominciò così il corteggiamento dei sovietici che promisero aiuti.
L’accordo invece con i siriani non era facile perché questi mal digerivano una guerra che non avesse come obiettivo la distruzione totale di Israele e, con la GIORDANIA, ancora più difficile perché HUSSEIN, con la guerra non aveva nulla da guadagnare in quanto anche l’eventuale riconquista della CISGIORDANIA, questa sarebbe andata ai palestinesi per la costituzione del loro stato.
Per raggiungere il suo scopo SADAT riallacciò perfino i rapporti con l’ARABIA SAUDITA interrotti da anni e prese contatti con tutti gli STATI ARABI (sopportando anche GEDDAFI che ormai si atteggiava a primo leader del mondo arabo).
All’inizio di settembre del ’73 si tenne al CAIRO una serie di riunioni con i diversi capi degli stati arabi, per concordare, nella massima segretezza, i particolari della nuova guerra.
10. Elementi fondamentali per il successo dell’operazione militare erano: attacco di sorpresa per togliere l’iniziativa agli israeliani ed evitare il ripetersi di quanto accaduto nei due precedenti conflitti; attacco simultaneo da nord e da sud per costringere Israele a ripartire le forze.
Intanto a Tel Aviv com’era valutata la situazione?
11. Il primo ministro GOLDA MEYR, succeduta ad ESCKOL dopo la sua morte, in considerazione degli straordinari successi di cui stava godendo il Paese a seguito della vittoria del 1967 aveva permesso che si abbassasse la guardia.


12. “La calma regna sulle rive del CANALE DI SUEZ,” aveva affermato “così come nel deserto del SINAI, nella fascia di GAZA, in GIUDEA in SAMARIA e sul GOLAN. Le linee sono sicure. I porti sono aperti, GERUSALEMME è unificata e la nostra situazione politica è stabile.”.
Inoltre il sostegno pressoché scontato degli STATI UNITI rendeva gli Israeliani del tutto indifferenti all’isolamento internazionale da parte degli altri stati occidentali; dai quali, a causa della loro dipendenza dal petrolio dei paesi arabi, non c’era da aspettarsi, in ogni caso, alcuna solidarietà.
Tuttavia, abbassare la guardia non significava rinunciare alle opzioni militari, che ISRAELE sapeva di dover tenere sempre sugli scudi.
Il suo esercito, formato per la maggior parte di riservisti, era in grado di essere mobilitato (grazie ai sistematici e frequenti periodi di richiamo ed addestramento), in 48 ore ed alcune brigate di paracadutisti e carristi riuscivano a farcela in 24 ore dato che i militari che le costituivano provenivano dalla stessa città o dallo stesso comprensorio.
Inoltre il servizio informativo consentiva allo stato ebraico, solitamente, di conoscere in anticipo le mosse del nemico e prevenirlo.
Ed ecco il punto: solitamente.
In quel tempo però, il servizio informazioni israeliano considerava prioritaria la lotta al terrorismo, e sottovalutava le mosse di SADAT, che non veniva ritenuto in grado di andare più in là di semplici provocazioni. In quelle circostanze poi i servizi di spionaggio sovietici furono molto abili a depistare quelli israeliani facendo loro credere, come del resto all’opinione pubblica mondiale, che gli arabi fossero ancora lontani dall’essere pronti per una guerra, per di più offensiva.
13. Nei mesi che precedettero l’attacco, gli egiziani effettuarono una lunga serie di esercitazioni sul canale, che inizialmente furono prese sul serio dagli israeliani, ma poi divennero così abituali che la vigilanza venne progressivamente allentata.
Anzi la spesa sostenuta ogni volta per mobilitare le riserve fu giudicata troppo alta e si richiese una maggiore cautela nel dare credito a falsi allarmi cioè di gridare spesso “ al lupo, al lupo”.
A poco valsero gli avvertimenti degli STATI UNITI, basati sui rapporti della C.I.A. secondo i quali l’EGITTO si stava preparando ad una guerra.

13b. In Israele si temeva soprattutto il fronte siriano dove non c’erano ostacoli naturali come il CANALE DI SUEZ e dal GOLAN si poteva arrivare facilmente nel cuore di Israele.

Ed ecco la pianificazione operativa delle due parti.

Israele era predisposto ad una eventuale guerra in difensiva. La classe politica era convinta che lo Stato di Israele non poteva più permettersi di apparire come “aggressore” e d’altro canto i nuovi confini strategici, in particolare verso l’Egitto non imponevano la prima mossa.
La guerra di attrito o di logoramento, che abbiamo visto sul finire degli anni ’60, aveva dato ad Israele una falsa sensazione di sicurezza.
Inoltre, i duelli aerei tra i MIG 21 egiziani e gli aerei israeliani avevano convinto i responsabili di TEL AVIV che in cielo la loro aviazione era imbattibile.
14. L’esercito di Israele contava di trattenere un eventuale primo attacco egiziano attraverso una linea di ridotte fortificate, capisaldi, bunker e terrapieni lungo il CANALE DI Suez.
Fermata o rallentata l’ipotetica ondata offensiva nemica, i riservisti sarebbero arrivati ed avrebbero eliminato eventuali penetrazioni nel SINAI.
La strategia si era concretizzata nella costruzione della cosiddetta “linea BAR LEV” dall’ideatore Gen. CHAIM BAR LEV Sottocapo di S.M. delle Forze Armate israeliane costituita a ridosso del canale, da 16 opere fortificate, protette da un alto terrapieno, considerato insuperabile e supportata, inoltre, da un sistema di serbatoi di carburante che avrebbe dovuto consentire di trasformare il CANALE DI SUEZ, in un mare di fuoco, inondandolo con una pellicola di liquido infiammabile da incendiare elettronicamente. Solo che, quest’ultimo sistema, mai provato realmente, nel luglio del ’73 era andato in disuso.

Fortificazione Linea Bar Lev

15. Questa strategia fu contestata da numerosi ufficiali israeliani ed in particolare dal gen. ARIEL SHARON che vedevano il pericolo di utilizzare difese fisse contro reparti altamente mobili.
Inoltre SHARON per non essere stato nominato Capo di S. M. Generale, si era dimesso dal servizio ed era stato tra i fondatori del partito LIKUD (consolidamento).


Moshe Dayan e Ariel Sharon

Stesso concetto di opere fortificate, raccordate da campi minati e reticolati sul fronte del Golan dove era stato realizzato anche un fossato controcarro lungo i 75 Km del confine.
16. Gli STATI ARABI invece avrebbero agito offensivamente.
L’idea di SADAT era quella di rioccupare, come abbiamo detto, una parte del Sinai per poi trattare alla pari con Israele.
Il siriano ASSAD, invece, riteneva di poter riconquistare il territorio del GOLAN ma poi invadere la GALILEA e poi… chissà.
Alla fine, i governi del CAIRO e DAMASCO riuscirono, non senza difficoltà, a concordare un piano e raggiunsero l’accordo, per l’inizio dell’operazione BADR, sulla data 6 ottobre, anche se in pieno Ramadan. Questa data coincideva con il giorno nel quale Maometto aveva iniziato a preparare, nel 623 d.c., la battaglia di BADR grazie alla quale sarebbe entrato alla Mecca.
Discussioni, infine, vi furono fra egiziani e siriani sull’ora di inizio dell’attacco: gli egiziani volevano iniziarlo alle 18 perché a quell’ora gli israeliani avrebbero avuto il sole in faccia, mentre i siriani, per lo stesso motivo, lo volevano all’alba.
Si giunse ad un compromesso per le ore 14, un orario che non serviva a nessuno.
Per contro, nella data del 6 ottobre in ISRAELE si celebrava la festa dello YOM KIPPUR ovvero dell’espiazione, una delle festività più sacre del calendario ebraico: è l’anniversario del giorno in cui Dio concesse il perdono al suo popolo colpevole di aver adorato il vitello.
d’oro ai piedi del MONTE SINAI dove MOSÈ era salito da 40 giorni e dove avrebbe ricevuto le tavole della legge.
Lo YOM KIPPUR è una giornata di completa sospensione di ogni attività lavorativa, di digiuno e di meditazione per avvicinarsi allo stato di purezza degli angeli.
17. Un accenno alle forze contrapposte.
ISRAELE
Nel 1973 poteva contare su 75000 uomini e donne di cui 25000 (1/3) in servizio permanente e 50000 soldati di leva.
Con la mobilitazione dei riservisti arrivava però ad oltre 350 mila.
L’esercito poteva schierare circa 2100 carri armati, 4000 cingolati per trasporto truppa, 500 semoventi di artiglieria.
L’aviazione disponeva di 550 aerei di cui 130 PHANTOM.
La marina aveva 21 motovedette e 5 sommergibili.
EGITTO
L’esercito egiziano impegnava per l’offensiva quasi la metà dei suoi effettivi: circa 500 mila soldati distribuiti fra le 2 armate in 1^ schiera ed unità della riserva.
Disponeva di 1700 carri armati, 2000 mezzi corazzati e cingolati, 4000 pezzi di artiglieria, 150 batterie di missili c/a insieme a 2500 cannoni.
L’aviazione contava 400 aerei da combattimento e 140 elicotteri.
SIRIA
Sul GOLAN, la SIRIA, aveva distribuito in 2 scaglioni le sue forze in prima linea 3 divisioni di fanteria meccanizzata seguite da 2 divisioni carri. in riserva diverse unità di fanteria e corazzate, più una divisione corazzata irachena, una brigata corazzata giordana, ed altre forze del Marocco, dell’Arabia saudita e palestinesi per un totale generale di circa 120 mila uomini, con 1400 carri armati, 800 pezzi d’artiglieria, 100 batterie missili c/a e 300 aerei da combattimento.
Fino all’ultimo gli israeliani, anche a causa dello strettissimo segreto che gli arabi erano riusciti a mantenere sulle loro intenzioni, non dettero una corretta valutazione dei movimenti egiziani e siriani e non modificarono le difese. D’altro canto, nel mese di Ramadan eserciti arabi a digiuno non apparivano molto temibili.
Per ISRAELE, sul fronte del Canale al momento dell’attacco erano presenti 8500 uomini e 250 carri armati; su quello siriano 5000 uomini e 180 carri.
Irrisorie le artiglierie su entrambi i fronti.
Per il resto, il 5 ottobre gli israeliani si concentrarono sulla festività del giorno dopo che prevedeva la virtuale paralisi di ogni attività per 24 ore.
Solo intorno alle 4 del mattino del 6 ottobre, il Capo Servizio Informazione Israeliano Gen. ZE’IRA dette la notizia dell’imminente attacco arabo.
Con la riunione immediata del governo, scaturirono accese discussioni sulla inedita situazione.
Prevalse l’opinione del 1° Ministro GOLDA MEYR che ribadì l’impossibilità di un attacco aereo preventivo, per non risultare di nuovo, agli occhi degli osservatori internazionali, come uno stato “aggressore e guerrafondaio”.
Si decise di predisporsi per un contrattacco e di evacuare i civili dal GOLAN. Solo che le informazioni ricevute parlavano di un inizio dell’attacco alle ore 18 e non alle 14.
18 Tutti i comandanti furono avvisati ed il Gen. ELAZAR Capo di S.M. chiese la mobilitazione immediata.
Il Gen. DAYAN Ministro della Difesa non era molto convinto e la propose solo per 2 divisioni.


Il Gen. ELAZAR d’iniziativa ordinò la immediata mobilitazione di 100 mila uomini e venne dato l’ordine che appena riunite le singole compagnie venissero avviate al fronte. Tuttavia a causa dello YOM KIPPUR sia la radio sia la TV erano mute, (la mobilitazione veniva annunciata anche con questi mezzi), e tutte le operazioni si avviarono in ritardo ed addirittura, in alcuni casi le richieste non vennero credute ed eseguite.


Ed ora accenniamo alle battaglie sui due fronti distinti.
19.
GOLAN


L’attacco siriano iniziò, come quello egiziano, pochi minuti prima delle 14. Tre stormi di MIG (circa 100 aerei) e 500 pezzi di artiglieria sottoposero a bombardamento le posizioni israeliane più avanzate per circa 50 minuti.
Poi mossero le 3 divisioni in 1^ schiera: la 7^ A NORD che attaccò il MONTE ERMON, la 9^ al centro e la 5^ a SUD.
Il piano prevedeva una doppia manovra avvolgente da NORD e da SUD: obiettivo i ponti sul fiume GIORDANO.
20. Le 2 Brigate israeliane che le fronteggiavano si batterono disperatamente e riuscirono a ritardare fino a sera il superamento del fossato anticarro.
Fu una battaglia selvaggia. Gli israeliani sapevano di non poter cedere terreno e quindi resistevano anche quando venivano superati. La tattica di sfondamento e prosecuzione senza preoccuparsi dei centri di fuoco sopravvissuti questa volta, 
21. per i  siriani non fu pagante perché l’abilità dei puntatori dei carri israeliani CENTURION era straordinaria ed i mezzi corazzati siriani ebbero perdite enormi.
Gli israeliani nell’attesa dell’arrivo dei riservisti furono costretti ad impiegare massicciamente l’aviazione. Ma se era relativamente facile abbattere i MIG di Damasco, non si riusciva però ad effettuare le operazioni di attacco al suolo. Infatti quando gli aerei israeliani cercavano di abbassarsi per colpire le forze corazzate siriane, venivano accolti da un efficace sbarramento contraereo di missili SAM sovietici e pagarono un pesante tributo.
22. Mentre a NORD ed al CENTRO i progressi siriani sono significativi ma contenuti, (la 7^ Brigata israeliana ha messo fuori combattimento oltre 200 carri), a Sud la 5^ Div. Meccanizzata ha sfondato le difese Israeliane a RAFID e, il Comando Siriano, giustamente, decise di sfruttare il successo inserendo sulla sua scia la 1^ Div. Carri ed una Brigata carri della 3^.
Sono circa 600 carri che avanzano il 7 ottobre.
Gli israeliani, nel settore ne dispongono di una ventina.
Lo stesso comando israeliano a NAFAK è minacciato.
22b. Solo l’intervento delle prime unità carri dei riservisti tampona la situazione. Ma anche gli aerei possono ora dare il loro apporto perché l’avanzata siriana ha portato i suoi carri fuori dalla copertura dei missili contraerei che sono rimasti fermi nella loro dislocazione iniziale.
Nel tardo pomeriggio del 7 pur avendo colpito e fermato circa 400 carri siriani, il quadro rimane preoccupante. Se le truppe di DAMASCO continuano ad avanzare la GALILEA settentrionale è in pericolo.
23. Avviene però un miracolo. Alle 17, ai comandanti siriani viene dato l’ordine di fermarsi e consolidare le posizioni raggiunte.
Non esiste una spiegazione per questo comportamento.
Probabilmente i motivi furono diversi: elevato numero di perdite, difficoltà nei rifornimenti, mancato intervento dei battaglioni drusi libanesi che si rifiutarono di intervenire.
Inoltre i Comandanti di grado più elevato furono chiamati ad un Consiglio di guerra convocato a 40 Km. dietro la linea del fronte a KATAMA.
23b. Nella notte l’arrivo di 2 divisioni corazzate israeliane della riserva consente, l’indomani 8 ottobre, il 1° contrattacco ed il fronte viene stabilizzato. Il 9 ottobre inizia l’avanzata israeliana che benché duramente contrastata ha successo.
24. Il 10 la 1^ Div. Cor. Siriana viene imbottigliata e distrutta.
Ora i siriani iniziano a ritirarsi lasciando sul campo 870 carri armati, migliaia di veicoli e centinaia di cannoni.
Anche gli israeliani però hanno subito perdite pesanti: 250 carri.
A TEL AVIV dopo molte discussioni si decide di superare la linea del 1967 e creare una penetrazione di circa 20 Km., da dove si può bombardare DAMASCO con le artiglierie pesanti.


artiglieria israeliana sul fronte siriano
Ma non si può esagerare per non provocare un intervento diretto della RUSSIA.
L’esercito siriano si schiera a difesa di Damasco e chiede l’intervento degli alleati arabi.
Il 13 ottobre intervengono truppe corazzate irachene. Ma subiscono perdite pesantissime. Interviene anche una brigata corazzata giordana della “LEGIONE ARABA” che mette in serie difficoltà il fianco destro degli israeliani. Ma l’attacco giordano fallisce quando l’artiglieria irachena, priva di collegamento, prese a cannoneggiare i carri di Re Hussein. Non solo, per la mancanza di coordinamento alcuni caccia iracheni vennero abbattuti dai missili siriani che l’identificarono come nemici.
24b. Ormai sul fronte siriano la minaccia era stata respinta ed il 17 ottobre unità corazzate israeliane vengono ritirate ed avviate sul fronte SUD, quello del SINAI.


T62 siriano abbandonato sul Golan

FRONTE DEL SINAI.



25. L’operazione del forzamento del Canale di Suez e della costituzione di teste di ponte sulla riva orientale era stata lungamente pianificata. La 2^ e la 3^Armata erano schierate e pronte a muovere.
Qualche minuto prima delle ore 14, 200 caccia bombardieri egiziani attaccano le posizioni israeliane ma i danni sono lievi ed una quarantina di essi vengono abbattuti.
Il bombardamento d’artiglieria invece risulta molto pesante. 2 mila pezzi, solo nel 1° minuto rovesciano oltre 10 mila colpi sulle postazioni israeliane e contemporaneamente gruppi di “COMMANDOS” attraversano il canale sotto il fuoco israeliano, intenso solo in alcuni tratti.
Appena preso terra i “COMMANDOS” scalano il terrapieno e posizionano i loro missili controcarro.
Alle 14,30, 4 mila uomini su oltre 700 battelli pneumatici attraversano il canale. Una parte attacca le fortificazioni, altri si spingono avanti e raddoppiano lo schieramento c/c.
Armi e materiali sono trasportati su strani carrelli che gli uomini spingono sui bastioni sabbiosi.
Per la cronaca le ruote sono quelle degli “scooter” italiani VESPA.
26. Dopo pochi minuti parte la 2° ondata e quindi una terza.
Per aver ragione del terrapieno di sabbia e far affluire armi pesanti e cingolati, vengono usate lance ad acqua i cui getti ad altissima pressione sciolgono la sabbia ed aprono passaggi.
Alle 16,30 25 mila soldati sono oltre il canale ed hanno formato 5 teste di ponte.

la bandiera egiziana issata sulla riva israeliana del canale

27. Intanto si stanno costruendo 10 ponti prefabbricati e l’attraversamento, che gli egiziani avevano valutato, costasse, diverse migliaia di morti e feriti, ha causato la perdita di solo 200 uomini.



Trasportati da elicotteri, che nella quasi totalità vengono abbattuti, i sopravvissuti verranno dispersi ed eliminati.
28. Tutti i fortini della BAR-LEV sono attaccati ed isolati e la 252^ Div. Carri israeliana che cerca di contenere la progressione nemica e dare manforte alle guarnigioni dei fortini, perde in breve, a causa dei missili c/c filoguidati, russi circa 150 carri.


M60 israeliano colpito nel Sinai

E’ un’altra sorpresa per gli israeliani che fino ad allora avevano ritenuto il carro la migliore arma c/c. Invece, contro consistenti schieramenti di missili c/c sarebbero stati indispensabili estesi concentramenti di artiglieria. Ma Israele dispone di pochissimi semoventi ritenendo l’artiglieria poco utile ed ora paga il fio di questa errata valutazione.
Come stava succedendo sul fronte siriano, anche l’impiego dell’aviazione sul Canale, non trovò i MIG egiziani ma dovette fare i conti con i missili c/a schierati in gran copia e su più linee sulla sponda egiziana.
Il giorno 7 le teste di ponte egiziane si erano collegate ed ingrandite ed ora ne risultavano 3 principali, ampie ciascuna una ventina di Km. e profonde fino a 3 nelle zone di EL QANTARA, DEVERSOIR e TEWIQ.
Richiamato in servizio in tutta fretta, il Gen, SHARON, al quale fu affidata una divisione corazzata della riserva, propugnò immediatamente un contrattacco in forze, mentre DAYAN propendeva per un ripiegamento strategico fino alle alture del SINAI il che significava lasciare che le guarnigioni dei fortini cadessero prigioniere.
Questo orientamento, contrastava con la regola più importante dell’esercito israeliano e di cui ARIEL SHARON era uno dei più autorevoli fautori: “un uomo che sa che i suoi commilitoni rischieranno la vita in 10, in 100 per lui, non avrà mai paura del combattimento”.
28b. Il tentativo di contrattaccare tutte le penetrazioni egiziane non dette i risultati sperati perché le forze vennero disperse e subirono forti perdite dai missili c/c egiziani.
Tra i comandanti delle forze israeliane scoppiarono violenti contrasti. Mentre il Capo di S.M. Gen. ELAZAR ed il Comandante del fronte Sud Gen. SHMUEL GONEN ritenevano di dover attaccare in diversi punti lungo il CANALE in modo da riguadagnare tutto il terreno perduto, 
29. altri generali, come SHARON ritenevano che si dovesse concentrare lo sforzo in un solo settore, per attaccare in profondità lo schieramento nemico, facendolo crollare poi per aggiramento.
Nei giorni successivi la situazione rimase confusa, fra gli attacchi egiziani che tentavano di ingrandire le teste di ponte e gli israeliani che contrattaccavano in ordine sparso senza riuscire a capovolgere le sorti del conflitto.
E le grandi potenze cosa facevano?
30. Nel maggio dell’anno prima, il 1972, NIXON e BREZNEV avevano firmato un accordo in base al quale si affermava che: “gli STATI UNITI e l’UNIONE SOVIETICA hanno una responsabilità speciale, quella di fare tutto ciò che è in loro potere per evitare conflitti che rischierebbero di accrescere la tensione nel mondo”.
Ora mentre il Segretario di Stato KISSINGER era convinto che meno gli STATI UNITI avessero fatto a favore di ISRAELE e più l’UNIONE SOVIETICA avrebbe apprezzato il loro atteggiamento, i sovietici non solo avevano riarmato l’EGITTO e la SIRIA ma, sin dai giorni precedenti il conflitto (la RUSSIA conosceva la data di inizio della guerra) avevano messo in atto un ponte aereo in favore di DAMASCO e del CAIRO capace di recapitare ai belligeranti fino a 600 tonnellate di materiali al giorno.
31. Dopo quasi una settimana di combattimenti, la situazione vedeva le forze egiziane attestate saldamente sulla riva orientale del CANALE con 2 teste di ponte:
a NORD con la 2^ armata lungo il CANALE per 87 Km., e profonda circa 5÷8 Km. all’altezza di EL QANTARA. A SUD con la 3^ armata lungo 75 Km. e profonda 15 Km..
Però tra le 2 teste di ponte, all’altezza del GRANDE LAGO AMARO c’era una soluzione di continuità, quasi un buco ampio 8 Km.
Tra i comandanti israeliani ormai, era prevalsa la soluzione SHARON: fare massa in una sola direzione e se possibile portare le proprie forze al di la del CANALE.
Il cessate il fuoco poteva essere imposto in qualsiasi momento ed era vitale per Israele non farsi trovare in posizione militare sfavorevole.
Il piano di SHARON dovette comunque aspettare: sia perché gli STATI UNITI non si decidevano a fornire i rifornimenti richiesti, sia perché in quelle ore era in atto la battaglia decisiva sul fronte NORD, sul GOLAN, che (come abbiamo visto) rappresentava ancora il confine più critico per Israele.
Il giorno 13 KISSINGER era riuscito ad ottenere dalla RUSSIA l’assenso ad un “cessate il fuoco”, ma grande fu la sua meraviglia quando si sentì rispondere, che SADAT non ne voleva sapere. (Il motivo c’era).
32 Secondo quanto previsto dal piano originario del CAIRO, il 14 ottobre infatti, doveva iniziare la 2° fase dell’offensiva tendente ad espandere il controllo nel SINAI e raggiungere eventualmente l’area dei passi di GIDDI e di MITLA.
A questo punto KISSINGER non potè più ignorare che il ponte aereo sovietico era di dimensioni inaudite e, sotto la spinta di una consistente parte del CONGRESSO degli STATI UNITI, aderì alla richiesta di Israele ed autorizzò la costituzione di un ponte aereo fra le basi statunitensi in EUROPA e TEL AVIV.
La rappresaglia dei paesi dell’O.P.E.C. non si fece attendere.
Il 17 ottobre fu annunciata una riduzione nella produzione del greggio, e subito dopo l’embargo totale nei confronti degli STATI UNITI.
E fu la 1° crisi petrolifera mondiale.
Il 14 iniziò il tentativo di avanzata egiziano.
Dopo un’ora di fuoco di preparazione effettuato da aerei egiziani,iracheni, libici ed artiglierie, su un fronte di 150 Km., furono lanciati 120mila uomini, 1200 carri e 14 batterie di SAM sovietici.
Gi israeliani opposero 70mila uomini ed 800 carri.
Nel complesso su questo campo di battaglia si trovò un numero quasi doppio di mezzi pesanti rispetto ad EL ALAMEIN ed inferiore di poco alla più grande battaglia di carri, quella di KURSK sul fronte russo nella 2^ GUERRA MONDIALE.
Ora però le forze corazzate egiziane si muovevano fuori dall’ombrello protettivo sia dei missili c/a ed in parte anche di quelli c/c e quindi dovettero ingaggiare le forze corazzate di Israele nel classico combattimento carro contro carro.
Qui la superiorità degli equipaggi israeliani era evidente.
In poche ore 500 mezzi corazzati egiziani furono messi fuori combattimento contro la perdita di 40 carri israeliani.
33. Il vero punto di svolta avvenne tuttavia, nella notte fra il 15 ed il 16 ottobre con l’attuazione da parte israeliana dell’”OPERAZIONE GAZZELLA” affidata alla forze assegnate al Gen. SHARON: 3 Brigate corazzate di 100 carri ciascuna ed una Brigata paracadutisti.
Compito: costituire una testa di ponte in territorio egiziano attraversando il CANALE all’altezza della cerniera fra le 2 Armate egiziane, appena sopra il GRANDE LAGO AMARO.
Subito dopo, sarebbero affluite le forze del Gen. ADAN che avrebbe puntato a SUD alle spalle della 3^ Armata egiziana, mentre lo stesso Gen. SHARON si sarebbe diretto a NORD alle spalle della 2^ Armata.
SHARON non si ritenne vincolato da tabelle di marcia come pretendeva il suo superiore Gen. GONEN e dette un’interpretazione del tutto personale degli ordini ricevuti.
Appena i paracadutisti arrivarono al CANALE, SHARON resosi conto che la contrapposizione egiziana era pressoché nulla ordinò immediatamente l’attraversamento, utilizzando i cosiddetti 34 “coccodrilli”, veicoli anfibi francesi adatti sia per il trasporto sia come elementi di ponte.



All’alba del 16 ottobre, i paracadutisti e poco più di una decina di carri israeliani erano sul suolo egiziano. Dopo un paio d’ore la testa di ponte era di 5 Km.. SHARON era dell’idea di puntare verso IL CAIRO ma GONEN lo fermò, perché l’alimentazione delle forze sul suolo egiziano non era sicura.
Il contrasto fra i 2 generali (GONEN era il superiore diretto di SHARON)era continuo e si rifletteva anche sull’uso dei “coccodrilli” che SHARON pretendeva di usare come zattere per portare rapidamente quanti più uomini e mezzi possibili al di la del CANALE, mentre GONEN insisteva perché venissero utilizzati per la costruzione di un ponte in attesa dell’arrivo della Divisione del Gen. ADAN.
35 SHARON comunque non rimase fermo, allargò la testa di ponte e puntò verso Nord con poche forze corazzate, spazzando via tutto ciò che incontrava prima di essere richiamato indietro.
In realtà nell’area di attraversamento si accesero violenti scontri per l’arrivo di forze della 16^ Div. di fanteria e della 21^ Div. Carri egiziane, le quali nella zona della cosiddetta “fattoria cinese” fecero il possibile per fermare l’afflusso dei mezzi israeliani.
Tuttavia, benché (come aveva previsto SHARON) il ponte appena costruito dal Gen.GONEN fosse diventato un colabrodo, per gli interventi dell’aviazione e dell’artiglieria egiziane, iniziò il passaggio della Divisione ADAN sui “coccodrilli” in funzione di zattere.
Il comando egiziano, fortemente centralizzato e lontano dal luogo di combattimento, non aveva ben compreso quello che stava succedendo. Dai confusi rapporti che riceveva, ritenne si trattasse di un semplice raid israeliano e per diverse ore non vi dette molto peso.
Non solo, quando il Capo di S.M. Gen. SA’D AL-SHAZLI si accorse del pericolo ed ordinò un contrattacco in forze, le disposizioni e gli ordini dovettero passare attraverso una lunga trafila burocratica prima di arrivare ai reparti, e quando arrivarono, a causa dei ritardi, la situazione sul fronte dei combattimenti non era più quella che aveva originato gli ordini e quindi gli stessi ordini non erano più validi.
Questo non accadeva per le unità israeliane, sia per la presenza in linea dei comandanti, sia perché gli stessi comandanti ad ogni livello agivano di iniziativa, anche se talvolta come nel caso del Gen. Sharon, al limite dell’insubordinazione.
L’arrivo delle forze israeliane al di là del Canale ebbe anche un effetto decisivo sulla guerra aerea, perché ora i carri di Sharon attaccavano e distruggevano con facilità le batterie c/a egiziane e gli aerei israeliani potevano intervenire sempre più agevolmente in appoggio ravvicinato.
La posizione d’Israele era decisamente migliorata, non solo per l’avanzata di Sharon, ma anche perché il ponte aereo degli americani riversava ora tonnellate di materiale che compensava largamente le perdite dei mezzi dei primi giorni degli scontri.
A questo punto i sovietici che pure alimentavano massicciamente il loro ponte aereo, anche a causa della piega che stava prendendo la situazione sul fronte siriano, mobilitò i suoi reparti d’assalto aeroportati facendo circolare la voce di un possibile intervento diretto a fianco dei siriani.
36 Nella notte fra il17 ed il 18 ottobre,, la Divisione di ADAN completò il passaggio del CANALE e puntò a SUD per l’accerchiamento della 3^ Armata egiziana.
SHARON scalpitava per puntare verso NORD, ma il Gen, GONEN pretese la riconquista dell’opera fortificata israeliana “MISSOURI” per allargare l’area di alimentazione.
L’attacco avvenne nel pomeriggio del 21 ma avendo impiegato una sola Brigata, l’azione fallì e vi furono forti perdite.
GONEN pretese che l’attacco venisse ripetuto con forze maggiori e SHARON si rifiutò, asserendo che il suo vero obiettivo era l’accerchiamento della 2^ Armata e non di fermarsi per riconquistare una postazione.
37 L’intervento di DAYAN Ministro della Difesa mise fine alla diatriba definendo “aberrante” l’ordine di GONEN ed autorizzando SHARON di procedere verso ISMAILIA.
Ma ormai le attività diplomatiche si erano fatte più serrate.
38 SADAT, come NASSER nel 1967, era rimasto all’oscuro della drammatica situazione in cui si stavano trovando gli egiziani e solo, a seguito di un viaggio di KOSSIGHIN al CAIRO, che mostrò al RAIS le foto satellitari con le posizioni di vantaggio degli israeliani, diventò subito più disponibile.
L’accordo russo-statunitense per la cessazione del fuoco fu approvato dal CONSIGLIO di SICUREZZA dell’O.N.U. il 22 ottobre con la forte opposizione di ISRAELE, le cui forze a SUD avevano superato la città di SUEZ ed al momento del cessate il fuoco, alle ore 19 sempre del 22 ottobre: erano ad 80 Km. dal CAIRO; avevano conquistato 1200 Km² dell’Egitto contro i 600 degli egiziani nel SINAI la 3^ Armata egiziana di oltre 30mila uomini era completamente accerchiata e divisa in sacche.
Nella notte sul 23 il Comandante egiziano della 3^ Armata tentò di riprendere i combattimenti per spezzare l’assedio.
L’azione non riuscì ed anzi consentì ad Israele di proseguire verso SUD conquistando il porto di ADABIAH.
KISSINGER che non voleva l’umiliazione degli egiziani ed anche per non indispettire i russi riconvocò il CONSIGLIO di SICUREZZA che approvò un nuovo “cessate il fuoco” per le ore 7 del 24 ottobre e che fu accettato anche dalla SIRIA.
La RUSSIA chiese di inviare truppe sovietiche e statunitensi per far rispettare la tregua, ma lo scopo vero era quello di evitare la resa degli egiziani accerchiati senza viveri e senz’acqua; nelle mani degli israeliani. Gli STATI UNITI si opposero fermamente e fu concordato l’invio di CASCHI BLU.
38b La guerra poteva dirsi conclusa e sulla vittoria di ISRAELE non c’erano dubbi. Ma il fatto che gli egiziani fossero riusciti ad invadere il SINAI e mettere inizialmente in crisi gli israeliani salvava l’onore militare dell’EGITTO.
In Israele, il mito dell’invincibilità delle sue forze armate, era stato duramente scalfito e seppure alla fine esse erano giunte alla vittoria,nella fasi iniziali della campagna avevano rischiato il collasso.
Venne nominata una Commissione d’inchiesta, la COMMISSIONE AGRANAT e furono riscontrati, nell’impiego delle FORZE ARMATE gravi errori, definiti quasi fatali nei servizi di informazione e sicurezza e nelle scelte del governo.
I responsabili ne pagarono le conseguenze.
Nel maggio del ’74, GOLDA MEYR fu costretta a dare le dimissioni ed il laburista YITZAK RABIN formò un nuovo governo senza DAYAN e senza ABBA EBAN.
SADAT fu più illuminato e pragmatico. Il suo progressivo distacco dalla RUSSIA coincise con un sempre più concreto avvicinamento al blocco occidentale ed agli STATI UNITI che si tradusse nel novembre del 1977 in una visita in ISRAELE, per instaurare un rapporto diretto con il grande nemico di quattro guerre.
39 Fu un grande evento che portò alla ratifica degli accordi di pace a CAMP DAVID negli STATI UNITI nel settembre del 1978.
39b Si procedette su 2 linee distinte:
disimpegno di ISRAELE dal SINAI (avvenuto nell’82) e riconoscimento di ISRAELE da parte dell’EGITTO; avvio di procedure per conferire uno status autonomo ai territori destinati ai palestinesi: la striscia di GAZA e la CISGIORDANIA.
Il trattato però impegnava solo l’Egitto e non fu accettato ne dai palestinesi ne dagli stati arabi, e che anzi espulsero l’Egitto dalla Lega Araba, dove rientrò solo a fine anni ’80 col declino dell’Unione Sovietica.
40 Sadat pagò con la vita la sua apertura ad Israele.
Il 6 ottobre 1981 durante la parata militare per l’anniversario della guerra fu ucciso in un attentato effettuato da fondamentalisti islamici facenti capo ai FRATELLI MUSULMANI contrari ad Israele ed alla modernizzazione del paese.
ISRAELE, ora non doveva più temere per i suoi confini occidentali. Il centro d’attrazione si spostava più ad EST dove l’Iraq di SADDAM HUSSEIN tentava di raccogliere l’eredità di NASSER nel sostenere il terrorismo palestinese e contrastare le richieste, e l’invadenza occidentale per il petrolio.
Di quello che è successo poi nel M.O. siamo stati e siamo tutt’ora testimoni.
41 Al di la del riconoscimento di ISRAELE da parte dell’EGITTO e della GIORDANIA i problemi già esistenti 40 anni fa nel M.O. sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Creazione di uno Stato palestinese Status di GERUSALEMME: dichiarata eterna ed irrinunciabile capitale di Israele ma culla e depositaria di Luoghi santi di 3 religioni: ebraica, cristiana, musulmana; Riconoscimento, vero, accettato, indiscusso del diritto all’esistenza di ISRAELE.
Finito il regime di SADDAM HUSSEIN, è in atto in IRAQ una guerra civile dove il fondamentalismo islamico riesce a trovare una palestra quanto mai agevole per mantenere sempre viva la lotta contro tutto ciò che l’occidente rappresenta ai loro occhi: la democrazia, l’uguaglianza fra uomini e donne, la libertà di pensiero e di religione.
Fondamentalismo facilitato anche dall’atteggiamento ambiguo e spesso cinico e talvolta connivente di qualche potenza europea, e da talune forze politiche. Nell’insieme,per miopi interessi di bottega, in ossequio a ideologie scadute e già condannate dalla storia, e soprattutto in odio verso l’unica vera potenza occidentale gli STATI UNITI, finiscono per mettere sullo stesso piano: l’attentato terroristico sferrato da chi disconosce il diritto di Israele all’esistenza e la reazione militare di chi difende il proprio diritto alla vita. E nella condanna indistinta della violenza e nell’appello generico alla pace si finisce di fatto per legittimare il terrorismo arrivando a nobilitarlo come “resistenza” all’occupazione, riferita anche ai nostri soldati.
In questo clima saturo di disinformazione, la realtà viene mistificata ed i pregiudizi ideologici finiscono per fare da cassa di risonanza ai deliranti proclami di capi fondamentalisti che chiamano i popoli arabi alla guerra santa contro “i crociati” e l’occidente,previa cancellazione di ISRAELE dalle carte geografiche.
Questo è il momento che stiamo vivendo e del quale inoltre non si intravede la fine.
Per completare questa rievocazione proponiamo anche il seguente documentario

lunedì 30 luglio 2012

Perché San Paolo sta con Assad di Giulio Meotti


In Siria gli islamisti cacciano i “cani cristiani”. I vescovi si aggrappano al regime e temono di fare la fine delle chiese russe nel 1917. E’ guerra confessionale nella culla del cattolicesimo

I cristiani di Siria credono che la regione di Homs sia protetta dalla Vergine. La chiesa di Umm al Zunnar, che sorge nell’epicentro più sanguinoso della guerra civile siriana, ne custodisce la sacra cintura. La reliquia fu scoperta nel 1953, nascosta sotto l’altare. Secondo la tradizione, la cintura era stata portata in India da san Tommaso, per poi essere ricondotta in Siria nel 394 assieme ai resti dell’apostolo. Ma quella che un tempo era una delle città simbolo del cristianesimo di san Paolo si è svuotata dei cristiani. Numerose agenzie di stampa cattoliche ma non solo, a cominciare dalle ong dei diritti umani, parlano di “esodo di massa dei cristiani” da Homs, dove i guerriglieri islamisti che guerreggiano con il regime di Bashar el Assad hanno usato i cristiani come scudi umani per proteggersi dalle cannonate dell’esercito.
Il prete ortodosso Masimox al Jamal ha denunciato che soltanto “cento cristiani” restano a Homs. “I ribelli hanno ucciso duecento cristiani, comprese famiglie intere con bambini piccoli”, ha detto un prelato al Barnabas Aid, che da decenni si occupa delle persecuzioni anticristiane nel mondo. Il battaglione islamico al Faruq, affiliato al Free Syrian Army, braccio militare dell’opposizione al regime, avrebbe imposto la Jizya ai cristiani che vivono nelle zone che si trovano sotto il loro controllo (è la tassa che all’epoca del califfo l’islam faceva pagare alle minoranze, i “dhimmi”).
A giugno diecimila cristiani hanno lasciato la città di Qusayr in nome di una pulizia religiosa imposta con un ultimatum dai fondamentalisti islamici. “Cristiani, lasciate Qusayr entro sei giorni”, recita un editto distribuito dalle moschee della città e riportato anche dalla agenzia di stampa del Vaticano, Fides. A Qusayr sono rimasti appena milla cristiani degli originari 90 mila.
Elizabeth Kendal ha scritto un report per il Religious Liberty Prayer Bulletin: “138 mila cristiani hanno lasciato Homs, dove le chiese sono state occupate dalle forze ribelli. Per i jihadisti, i cristiani che rifiutano di sostenerli vanno torturati, espulsi o uccisi”. L’agenzia Fides riporta dell’ultima esecuzione ai danni dei cristiani. Il gruppo islamico ribelle Brigata dell’islam ha fermato l’auto di un ufficiale cristiano, Nabil Zoreb. Ha fatto scendere la moglie, Violetta, e i due figli, George e Jimmy, e li ha giustiziati sul posto. “Questo spiega la diffidenza dei cristiani verso l’opposizione al regime”, ha scritto Samir K. Samir, gesuita libanese e islamologo molto vicino a Papa Benedetto XVI. “L’opposizione, che all’inizio era contro la dittatura, la tortura, l’ingiustizia e a favore dei diritti umani, poco a poco ha virato verso la tendenza radicale islamista (Fratelli musulmani e salafiti) per divenire alla fine una lotta fra due tendenze musulmane: sunniti e sciiti. Fra due mali – la dittatura laica baathista e la dittatura religiosa wahabita) – i cristiani preferiscono la prima, che essi conoscono già e con la quale cercano di convivere da tempo”.
Ecco spiegato perché nello spettacolare attentato che dieci giorni fa ha decapitato la cupola militare di Assad, il ministro della Difesa rimasto ucciso, Daoud Rajha, dunque l’uomo che per dieci mesi ha gestito la repressione dell’insurrezione, apparteneva alla minoranza cristiana. La nomina di un cristiano alla guida della Difesa era stato un fatto storico, visto che l’ultimo capo di stato maggiore cristiano era stato il generale Youssef Chakkour nel 1973.
Un documento appena diffuso dal Patriarca melchita Gregorio III Laham, leader della più numerosa comunità cattolica presente in Siria, ha cercato di difendere i cristiani dall’accusa di connivenza con la nomenclatura di Assad. “Lo stato non ha mai rivolto ai pastori una indicazione o un invito a fare una qualche dichiarazione o ad adottare una qualche posizione”, recita il testo. Il patriarca Gregorio denuncia una “campagna condotta contro i pastori delle chiese in Siria”, accusati di collusione con il regime.
Nella comunità cristiana, che rappresenta il dieci per cento della popolazione, scrive il Christian Post, molti pensano a emigrare, temendo, nel caso di una caduta di Assad, che questi venga sostituito da un regime islamico e che cresca l’intolleranza, come in Egitto e Iraq. Samer Lahham, direttore dell’ufficio ecumenico del patriarcato ortodosso di Damasco, ha detto che “i cristiani temono che ci sia un piano per trasformare la Siria in un sistema religioso”.
La Siria è una culla della cristianità, qui vennero a predicare san Paolo e san Barnaba direttamente da Gerusalemme. L’ex persecutore di cristiani proprio lì ha iniziato a “proclamare Gesù Figlio di Dio” nelle sinagoghe. Dopo Betlemme, Nazareth e Gerusalemme, i più importanti luoghi di pellegrinaggio si trovano in Siria: posti come il santuario rupestre di Santa Tecla, o il santuario di Nostra Signora di Saidnaya, che conserva un’icona attribuita a san Luca. La Siria oggi è al settanta per cento islamico-sunnita, ma è da alcuni decenni governata dalla minoranza sincretista alawita (dieci per cento) di cui fa parte Assad, e all’interno dell’opposizione armata è preponderante il ruolo dei Fratelli Musulmani. Uno scenario islamico che preoccupa anche i curdi. Per il leader del Consiglio nazionale curdo Sherkoh Abbas, i Fratelli musulmani vogliono instaurare al posto di Assad “un regime islamico”, senza spazio per le minoranze. Per questo i cristiani, con le loro comunità e i vescovi, restano nei ranghi dei sostenitori del regime di Assad, i cosiddetti “mnehbbkyeen”, i “ti amiamo”. L’arcivescovo maronita Samir Nassar dice che “molte famiglie cristiane, terrorizzate, pensano solo a come lasciare il paese. Decine di cristiani a Homs sono stati usati come scudi umani. Hanno chiesto di lasciare il quartiere ma le fazioni dei ribelli l’hanno impedito”.
I proclami degli islamisti non lasciano spazio ai dubbi. Adnan al Aroor, sceicco esiliato in Arabia Saudita e fra i leader della rivolta anti Assad, ha incitato i seguaci, attraverso appelli e sermoni, a “fare a pezzi, tritare e dare in pasto ai cani” la carne dei cristiani, bollati come “collaborazionisti”. Hassan Harba, un capo sunnita della ribellione, ha detto che “tutti gli alawiti vanno massacrati”. E i cristiani? “Gli informatori vanno eliminati”.
Belajia Sayaf, madre superiore di Maalula, antico villaggio cristiano a una quarantina di chilometri dalla capitale Damasco, ha attaccato “l’occidente che arma la mano dei fondamentalisti islamici decisi a distruggere secoli di pacifica convivenza tra le religioni e le minoranze siriane. I cristiani se ne vanno, a migliaia. Hanno paura. Non vogliono tornare nelle catacombe”. Gli sfollati raccontano che a Hama quasi tutti i ventimila cristiani sono stati cacciati dagli islamici. Anche Paolo Dall’Oglio, italiano gesuita fondatore della comunità monastica di Mar Musa, ha dovuto abbandonare dopo trent’anni il suo colle a nord di Damasco.
Nei quartieri misti delle città dove impazza la guerra civile, l’ottanta per cento dei cristiani sono partiti e si sono stabiliti presso amici o parenti nelle regioni cristiane, spesso nei rifugi sulle montagne. Il paese si è spaccato attorno alle linee confessionali. Musulmani sunniti non entrano più nei quartieri alawiti e viceversa.
Uno slogan della resistenza anti Assad promette scenari poco edificanti: “I cristiani a Beirut e gli alawiti al muro”. C’è persino chi ricorda che nel 1327 gli alawiti furono colpiti dalla famosa fatwa emessa da Ibn Taymiya, fondatore dell’islam wahabita, che li definì “più infedeli dei cristiani e degli ebrei”, incitando i musulmani alla guerra santa contro di loro (la persecuzione contro gli alawiti durò secoli e terminò solo con la dissoluzione dell’impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale).
Alcuni giorni fa, parlando all’agenzia di stampa cattolica Asia News, Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo, ha denunciato il jihad proveniente dai paesi limitrofi: “Ci sono forze straniere che non vogliono la pace in Siria. Il paese è ormai preda di guerriglieri provenienti da Tunisia, Libia, Turchia, Pakistan e altri stati islamici. Armi e denaro passano attraverso i confini e alimentano questa spirale di violenza”. Per questo George Louis, prete cattolico della parrocchia di Qarah, presso Homs, ha chiamato gli islamisti “vampiri che uccidono in nome di Dio”.
Cresce la paura tra i cristiani di Damasco, dove cominciano a circolare delle “liste di proscrizione”. “C’è il pericolo che si apra la stagione delle vendette e che i civili di Damasco siano trattati come ‘traditori’ perché non hanno preso parte attiva alla rivoluzione”, si legge in un’altra notizia, giunta sempre tramite Fides.
“Se la situazione peggiora in Siria, se dovesse emergere un regime più duro di quello attuale, come un regime dei Fratelli musulmani, saranno i cristiani a pagarne il prezzo più alto, in termini di massacri o di esodo”, ha scandito il patriarca della chiesa cattolica maronita, Bechara Rai.
Se è vero che alcune personalità cristiane di spicco sono passate all’opposizione (da Michel Kilo a Fayez Sara) e che intellettuali cristiani denunciano “l’eccessiva identificazione delle chiese con il regime”, tutti i capi delle antichissime comunità cristiane sono fra i maggiori sostenitori del regime di Assad, anche nell’ora più cupa della repressione. Alcuni di loro invitano alla prudenza, temendo l’accusa di “collaborazionismo” e l’eventuale caduta del regime. Il Figaro ha riferito di omelie domenicali nelle chiese in cui i prelati invitano i fedeli a sostenere il regime. E non sono soltanto gli ortodossi ad appoggiare apertamente Assad. “Il presidente è una persona di grande cultura”, ha detto Gregorios Elias Tabé, arcivescovo cattolico di Damasco, che chiama “terroristi” i ribelli anti Assad.
I cristiani, all’ignoto, preferiscono un regime fondato sulla forzata laicizzazione della vita pubblica, ereditata dal sistema mandatario francese, e l’azzeramento delle discriminazioni su base religiosa. Insieme al Libano, la Siria è oggi l’unico paese arabo dove l’islam non è religione di stato e la religione non è riportata sulle carte d’identità. Nei censimenti ufficiali non si fa cenno all’appartenenza religiosa. Soltanto i documenti dello stato civile ne fanno menzione, il che ha il vantaggio di mettere i cristiani al riparo dalle disposizioni della sharia e costituisce una delle ragioni per le quali si trovano abbastanza a loro agio sotto quel regime.
A spiegare il dilemma cristiano è stato il professor John Myhill, che ha scritto un paper per il centro studi israeliano Besa della Bar Ilan University. La sua tesi è che in un medio oriente dominato demograficamente e culturalmente dall’islam sunnita, alawiti, cristiani e perfino ebrei siano dei partner naturali.
Quando nel 2000 Hafez al Assad, padre di Bashar, passò a miglior vita, il patriarca ortodosso Ignatius Hazim ordinò alle chiese di far suonare a lutto le campane. Già Assad padre aveva molti cristiani fra i consiglieri (Gebran Kuriye per la politica interna e Assad Elias per quella estera). “I cristiani stanno con Bashar el Assad”, ha detto Yohana Ibrahim, arcivescovo siriaco di Aleppo. Il vescovo ausiliare Luqa Khoury ha persino organizzato show ecumenici a favore del regime. “Se Assad verrà rovesciato, i cristiani saranno a rischio”, ha avvertito Mtanius Haddad, apocrisario del patriarca Gregorio.
La Siria ribolle di odio religioso represso dal regime. A Hama, una città della vallata dell’Oronte, dal 2 al 28 febbraio 1982 circa dodicimila uomini delle truppe scelte tra i ranghi alawiti, agli ordini diretti del presidente Assad, sterminarono un numero ancora imprecisato di fondamentalisti islamici con le loro famiglie. Quanti? Le valutazioni dicono venticinquemila persone. A Damasco lo presentavano come un test vitale per il regime.
A far scattare il massacro fu l’attacco degli islamisti alle sedi del Baath e l’eccidio, in stile algerino, di una intera famiglia, fra cui donne e bambini, sulle rive del fiume. Il 3 febbraio 1982 le moschee invocarono un jihad contro gli Assad, definiti “infedeli”. Il regime rispose ordinando l’eccidio dei “Fratelli musulmani, i Fratelli criminali, i Fratelli corrotti”. I cristiani si schierarono con gli Assad nel massacro e sanno che i sunniti potrebbero prendersi la loro vendetta. Per questo il motto ripetuto oggi dai cristiani siriani parla chiaro: “Possiamo essere governati dall’esercito o dal turbante”. O per dirla con Gabriel Matzneff, scrittore russo-francese: “Se vincessero i fondamentalisti musulmani, avremmo la fine del patriarcato d’Antiochia, ossia della chiesa ortodossa siriano-libanese, una duratura guerra civile e, senz’altro, sul Golan, eventi torbidi e sanguinosi”. Il New York Times ha appena riferito che una delle ragioni principali, oltre agli interessi strategici ed economici nell’avere un porto sul Mediterraneo, in grado di spiegare l’appoggio di Mosca al regime di Assad è la posizione intransigente della chiesa ortodossa. Quando ha dovuto giustificare l’appoggio a Damasco e spiegare che fine farebbero i cristiani se al posto di Assad prendessero il potere gli islamisti, il Patriarca russo Kirill I ha evocato niente meno che la rivoluzione bolscevica del 1917, con le sue sterminate “carcasse di chiese”.

Giulio Meotti: Countdown, storia preventiva dello strike

Giulio Meotti: Countdown, storia preventiva dello strike


[Israel vs Iran, 1/4]

Ad accogliere i visitatori nel quartier generale dell’aviazione israeliana di Tel Aviv è un poster: “Le aquile d’Israele sopra Auschwitz”. Dieci anni fa lo stato ebraico ottenne, suscitando numerose proteste internazionali, di alzare i propri velivoli militari sopra la tomba invisibile di milioni di ebrei. Il poster mostra due caccia F-15, pilotati da nipoti e figli di sopravvissuti alla Shoah, che sorvolano i resti delle camere a gas nel campo di sterminio nazista.
“Siamo arrivati troppo tardi per coloro che sono morti qui”, disse Ehud Barak, attuale ministro della Difesa israeliano. A guidare l’esercitazione c’era Amir Eshel, che oggi è il candidato principale per il comando dell’aviazione israeliana e quindi di un eventuale attacco militare alle installazioni nucleari in Iran.
“L’Iran è il nuovo Amalek che apparirà nella storia per provare, ancora una volta, a distruggere gli ebrei”, disse Benjamin Netanyahu, oggi primo ministro d’Israele, di fronte ai resti delle camere a gas di Birkenau. “Ricorderemo sempre che cosa ci ha fatto l’Amalek nazista. Non dobbiamo dimenticare d’essere pronti ad affrontare i nuovi amaleciti. E’ come il 1938, e la nuova Germania è l’Iran, che sta preparando un nuovo Olocausto dello stato ebraico”.


In un recente articolo sul New York Times [Will Israel Attack Iran?], Ronen Bergman, uno dei più noti giornalisti investigativi israeliani, ha scritto: “Dopo aver parlato con numerosi leader e militari israeliani sono arrivato alla conclusione che Israele attaccherà l’Iran nel 2012”. Sei mesi, al massimo un anno, è il tempo prima dell’“ora X”, prima cioé che Teheran sviluppi le capacità tecniche per assemblare un ordigno nucleare. A meno che non accetti di fermarsi o il suo programma non venga distrutto da un attacco militare. E’ il countdown, il conto alla rovescia sull’atomica degli ayatollah.
Il capo di stato maggiore d’Israele, Benny Gantz, ha appena definito il 2012 “l’anno dell’Iran”. Lo scorso giovedì il capo dell’intelligence militare israeliana, Aviv Kochavi, ha detto che l’Iran “ha già materiale fissile sufficiente per costruire quattro bombe atomiche”. Il giorno stesso Moshe Ya’alon, vice primo ministro ed ex capo di stato maggiore, annunciava che “Israele può distruggere tutte le strutture nucleari iraniane”. La tensione sale ogni giorno di più. Secondo una previsione del segretario alla Difesa americano Leon Panetta raccolta da David Ignatius, famoso giornalista del Washington Post, gli Stati Uniti temono che Israele possa attaccare i siti nucleari iraniani in “aprile, maggio o giugno”. L’aviazione di Gerusalemme penserebbe di colpire i bersagli iraniani per “4 o 5 giorni”.
“L’orologio tecnologico prevede che l’Iran sviluppi la bomba atomica entro massimo un anno”, spiega al Foglio il più noto giornalista militare israeliano, Ron Ben Yishai, corrispondente di Yedioth Ahronoth immortalato nel film “Valzer con Bashir”, in quanto fu il primo giornalista al mondo a entrare nel campo di Sabra e Shatila. “L’orologio delle sanzioni scatterà invece non prima di luglio e per Israele quella data è considerata troppo tardi per fermare i piani iraniani. Israele teme che non resti tempo per fermare l’atomica iraniana e non può permettersi che Teheran sviluppi una sorta di ‘immunità’ sul nucleare, portando il programma ancora più sotto terra, dopodiché sarebbe impossibile fermare Teheran.
L’attuale ‘red line’ dell’America è se l’Iran supera il trenta per cento di produzione di uranio arricchito, per Israele questa linea rossa è inaccettabile, perché da lì in poi entro tre mesi Teheran potrebbe assemblare la bomba. Israele quindi potrebbe decidere di attaccare, con o senza gli americani, avendo senza ombra di dubbio le capacità di paralizzare o distruggere il programma nucleare iraniano”.
Scrive Ronen Bergman che Benjamin Netanyahu “è l’uomo che ha fatto dell’Iran la questione numero uno in Israele”. Vent’anni fa, quando ancora non si parlava di Qom, Bushehr, Fordow e Isfahan, ovvero la fitta rete di fabbriche nucleari che il regime iraniano ha costruito nei sotterranei dell’antica Persia, Netanyahu pubblicò un libro dal titolo Fighting Terrorism, in cui scriveva: “Non c’è più tempo, il mondo è di fronte a un abisso e una volta che l’Iran avrà acquisito armi atomiche nulla può escludere che possa spingersi verso l’irrazionalità”. All’epoca Netanyahu era semplicemente il “Dottor No” della destra e i baroni del Likud gli davano dell’“amerikano”, per il suo inglese impeccabile, per gli studi al Massachusetts Institute of Technology e perché durante la guerra del Golfo era il “darling della Cnn”. Negli studi dell’emittente americana a Gerusalemme, Netanyahu andava in tv indossando una maschera antigas, a testimoniare l’angoscia d’Israele mentre Saddam Hussein lanciava missili scud su Tel Aviv.
“A Netanyahu spetta la decisione di attaccare l’Iran, la storia d’Israele poggia sulle spalle dei primi ministri e sono loro a decidere per il bene del popolo ebraico”, dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei massimi esperti d’Iran e direttore della sezione iraniana dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, il maggiore pensatoio per la sicurezza nazionale in Israele. “Per Israele oggi conta soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico, non il rapporto con gli Stati Uniti”.
Vent’anni dopo la pubblicazione di quel libro, Netanyahu ha lanciato la più vasta distribuzione di maschere antigas dai tempi della guerra del Golfo. Nei giorni scorsi il maggiore Eshel ha detto che ancora metà della popolazione è senza la nuova maschera antigas. Israele sta correndo ai ripari, timoroso della “biologia nera” nelle mani di Iran, Siria e Hezbollah. La distribuzione della nuova maschera, che porta il nomignolo di “Candy”, fa parte di un piano di autodifesa del “fronte interno” in caso di strike all’Iran. In ogni casa israeliana si conservano ancora le vecchie maschere dentro brutte scatole color caki, nella stanza meno usata, per esorcizzare il pericolo. Tutti ricordano le immagini dei genitori che all’interno di una stanza sigillata leggevano una fiaba al figlio che aveva in testa una specie di casco da astronauta in grado di proteggerlo dai veleni.
L’uso preventivo della forza da parte d’Israele sarebbe giustificato.“Ogni persona e ogni stato ha il diritto di difendersi se sotto minaccia esistenziale, non devi aspettare il punto in cui il tuo nemico ti possa attaccare per distruggerti”, dice al Foglio Avi Sagi, filosofo morale e coautore dello Spirit of the IDF, il più recente codice di condotta etica dell’esercito ebraico. “Se Israele è certo che possa finire sotto attacco atomico, allora ha il diritto a un attacco preventivo. C’è una piccola linea rossa invisibile in cui si intreccia la questione tecnica dell’atomica ma anche la volontà della leadership di Teheran. Cosa c’è nella mente degli iraniani? Gli iraniani sono abbastanza razionali da avere la bomba senza usarla, come avvenne durante la crisi dei missili a Cuba? L’attacco preventivo venne usato già durante la Seconda intifada, quando Israele eliminò alcuni capi terroristi in esecuzioni extragiudiziali. E’ una moralità che fa parte dell’ethos ebraico. Israele è prigioniero da sempre di una guerra asimmetrica, in cui soldati combattono terroristi in abiti civili. Israele ha sospeso operazioni militari per il timore di vittimi civili fra i palestinesi e gli iraniani devono sapere che in caso di strike Israele farà tutto il possibile per evitare vittime civili e che l’obiettivo sono le sue infrastrutture nucleari. Ma l’esercito d’Israele è nato per difendere gli ebrei”.
Il countdown inizia dalla mente del primo ministro. “Per Menachem Begin (primo ministro all’epoca dell’attacco alla centrale nucleare di Osirak) era una questione fra lui e Dio”, dice Ariel Levite, ex consigliere per la sicurezza nazionale. “Anche Netanyahu pensa di essere parte di una missione storica”. La posizione di Netanyahu su Teheran, dicono fonti vicine al primo ministro, è plasmata “da Amalek e dall’Olocausto”. E’ il tema della festa di Purim, quando gli ebrei celebrano la sconfitta di Aman che ai tempi del re Assuero di Persia voleva annientare tutti gli ebrei. Dopo Amalek, il terribile guerriero del deserto, vennero i Romani con la distruzione di Gerusalemme e l’imperatore Tito che entrò nel canone ebraico come successore di Aman; poi è stata la volta di Hitler, dell’Olp di Yasser Arafat e infine dell’Iran nuclearizzato, che secondo Netanyahu primeggia come metafisico persecutore fra gli odiatori assoluti di ebrei. Ahmadinejad come Aman, protagonista della Meghilà di Ester, il libro di Ester.
I giornalisti più maligni, non senza ragione, dicono che questa ideologia di Netanyahu proviene da suo padre, un intellettuale di fama mondiale. “L’Olocausto non è mai finito, l’Iran promette che il movimento sionista è arrivato alla fine e che non ci saranno più sionisti al mondo”, ha appena detto il venerando Ben Zion Netanyahu di fronte a una platea di amici e parenti riuniti per festeggiare i suoi cent’anni. “Il popolo ebraico deve riporre la fede nel proprio potere militare. La nazione d’Israele mostra al mondo cosa deve fare uno stato di fronte a una minaccia mortale: guardare negli occhi il pericolo e decidere cosa fare. E farlo quando ancora c’è la possibilità di farlo”. L’anziano medievista, nato a Varsavia e da molti considerato il più grande studioso mondiale d’Inquisizione spagnola, dal suo quartiere di Katamon, in una zona di Gerusalemme dove la famiglia Netanyahu risiede da più di mezzo secolo, seguita a scrivere libri sulle persecuzioni.
Secondo Amir Oren di Haaretz, Netanyahu vede se stesso come l’ultimo paladino della saga revisionista. “Il primo ministro è convinto di essere nato per anticipare gli eventi. Ze’ev Jabotinsky, di cui Ben Zion Netanyahu fu il segretario per tutta la vita, previde l’Olocausto. Netanyahu vede l’Olocausto dell’Iran e continuerà questa dinastia profetica”. Un anno fa Netanyahu ha reso nota una lettera del padre scritta proprio durante la Pasqua ebraica del 1941, quando gli ebrei venivano spediti a morte nelle camere a gas e all’epoca il professor Netanyahu era direttore della Zionist Organization of America e perorava la causa degli ebrei europei: “Attraverso oceani di sangue, il nostro sangue, attraverso oceani di lacrime, le nostre lacrime, soltanto una nazione del nostro calibro poteva sopravvivere attraverso epoche di sofferenza impareggiabili Ma siamo vivi e lottiamo per la libertà”. Ci dice un ex consulente del premier che il padre ha instillato nel figlio “questa viscerale identificazione con il miracolo della sopravvivenza ebraica”.
Una delle più note firme di Haaretz, Ari Shavit, dice che “Benjamin Netanyahu crede di essere uscito dal grembo di sua madre per salvare il popolo ebraico e la civiltà occidentale dal pericolo che sorge da Natanz (la centrale nucleare iraniana). Vuole essere la persona che sconfiggerà il nazismo del XXI secolo”.
Ne parliamo con Yossi Klein Halevi, scrittore e intellettuale di punta del mondo ebraico americano. “Ci sono similarità e differenze fra Menachem Begin, che attaccò il reattore nucleare in Iraq, e Benjamin Netanyahu, l’uomo dell’Iran. Begin fu l’unico leader israeliano nell’Europa dell’est imprigionato dai comunisti e la cui famiglia venne uccisa dai nazisti. La Shoah era parte essenziale della vita di Begin. Netanyahu è nato in Israele, ha servito con Ehud Barak nelle unità d’élite dell’esercito, è un simbolo del potere ebraico e della capacità del popolo ebraico di difendersi. Ma sull’Iran Netanyahu è tornato a Begin e alle origini della destra. Quando parla degli anni Trenta, Netanyahu intende la mentalità occidentale di appeasement riguardo all’Iran”.
Secondo Halevi, l’Olocausto è decisivo per capire cosa farà Israele nel caso in cui l’America si rifiuti di entrare in guerra contro gli iraniani. “Anche il socialista Barak, sostenitore dello strike, è stato influenzato dalla dottrina Osirak di Begin e pensa che Israele deve sparare il colpo preventivo prima che ci sia un altro Olocausto. Netanyahu sa che Ahmadinejad è un nemico molto più mortale per Israele di quanto non lo fosse Saddam Hussein. La dottrina Begin si basa proprio sulla capacità degli ebrei di fare da soli anche senza l’America. Quando Israele attaccò Osirak, l’Amministrazione di Ronald Reagan non venne avvertita da Israele. E sfido a paragonare Barack Obama a Reagan sulla difesa d’Israele per capire come potrebbe agire oggi Netanyahu. Oggi l’America è preoccupata più dallo Stretto di Hormuz che dall’atomica iraniana”.
Halevi dice anche che esiste un momento preciso che ha cambiato per sempre il “dossier Iran” in Israele, specie nella classe dirigente vicina a Netanyahu: “Fu quando nel 2005 Ahmadinejad organizzò ufficialmente la conferenza sul negazionismo della Shoah. L’Iran è l’unico stato mondiale devoto a dimostrare la falsità dell’Olocausto. Da allora Israele non ha più guardato a Teheran allo stesso modo. Anche se lasciamo da parte gli scenari apocalittici, nessuno può essere certo che l’Iran non possa lanciare una testata atomica su Tel Aviv. Allora la storia ebraica sarebbe finita. Netanyahu inoltre sa che l’Iran darà il via libera a una difesa nucleare nella regione per Hezbollah e Hamas. Sarebbe la fine della deterrenza d’Israele. Inoltre, i rivoluzionari di Teheran potrebbero passare una ‘bomba sporca’ ai terroristi e usarla contro lo stato ebraico. Infine, ci sarebbe una corsa alla bomba atomica nella regione. Se Israele sa che il punto di non ritorno è vicino, lancerà un attacco contro l’Iran, con o senza americani. In gioco c’è soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico”.
L’albero genealogico di Netanyahu reca anche un fratello eroe, caduto a Entebbe, nel famoso salvataggio degli ostaggi ebrei. E il ricordo di quel fratello eroe gioca un ruolo decisivo nella mente del primo ministro. Ogni anno, quando tutto il paese è concentrato nel ricordo dei suoi caduti e Yom Hazikaron, il Giorno del Ricordo, si stende su Israele tanto da bruciare, da rodere, da ferire, il primo ministro si reca sulla tomba del fratello ucciso. Il 4 luglio di trentaquattro anni fa un commando di teste di cuoio israeliane fu protagonista di un clamoroso blitz a migliaia di chilometri di distanza da casa. In Uganda gli israeliani volarono per liberare un centinaio di passeggeri ebrei di un jet della Air France dirottato da terroristi palestinesi. Il reparto è guidato da Yoni, fratello del premier e unica vittima del blitz. “Yoni si è battuto ed è morto per il popolo ebraico, ma la sua battaglia aveva orizzonti più ampi, Yoni vedeva questa guerra come una battaglia fra la civiltà e la barbarie”, si legge nel libro del 1997 scritto dal primo ministro. “E’ una battaglia che dall’inizio della Storia ha contrapposto le forze delle tenebre a quelle dei lumi”. La stessa dicotomia è applicata alle fornaci nucleari iraniane.
Nel suo capolavoro, Le Origini dell’Inquisizione [Le Origini dell’Inquisizione], pubblicato negli Stati Uniti da Random House, il padre di Netanyahu sostiene che l’Inquisizione fu il prototipo della persecuzione antiebraica del Novecento e che non era nata per estirpare il giudaismo come religione, ma gli ebrei come popolazione. La morale del professor Netanyahu è che “la persecuzione è eterna, cosmica”. E’ il grande messaggio che ha trasmesso ai figli: uno è morto combattendo i terroristi, l’altro vuole difendere Israele dalle centrali atomiche iraniane.
Secondo l’esperto di Iran Yoel Guzansky, la formazione ideologica di Netanyahu potrebbe spingerlo ad agire anche senza il consenso degli americani. “Netanyahu sa che le possibilità di uno scontro fra America e Iran sono molto basse al momento sulla questione nucleare, perché Washington è preoccupata più dallo Stretto di Hormuz che dal nucleare. Netanyahu potrebbe decidere di lanciare una campagna militare anche senza il consenso americano. Tutto dipende dai dati che Israele avrà in mano, non certo dal dispiacere che potrebbe provocare negli Stati Uniti. Se Israele pensa che è rimasto solo in questa operazione, agirà da solo. Netanyahu attaccherà se l’intelligence gli fornirà certezze sul danno permanente che Israele può causare al programma iraniano. Abbiamo una opzione militare contro l’Iran e possiamo distruggere ancora le centrali iraniane”.
Per capire questa mentalità israeliana si deve sfogliare un altro libro di Netanyahu scritto nel 1993, A Place Among the Nations: Israel and the World, in cui il futuro primo ministro, pensando all’Iran, parla del “tradimento del sionismo da parte dell’occidente”. In un capitolo dal titolo emblematico, “Betrayal”, il tradimento, Netanyahu scrive che la Gran Bretagna, “gli arabisti del Foreign Office”, “abbandonarono gli ebrei sull’orlo dell’annientamento”. Un altro capitolo è dedicato a Ze’ev Jabotinsky, il padrino della destra israeliana che vide la debolezza del liberalismo weimariano e il suo irenismo cosmopolita. Il passo preferito dal primo ministro è quello in cui Jabotinsky cita Thomas Hobbes: “Saggio è stato il filosofo che ha detto ‘homo homini lupus’. Il tenere sempre il bastone in mano è l’unico mezzo per sopravvivere in questa guerra di lupi”.
In questa possibile guerra con l’Iran, i bastoni d’Israele sono i missili Jericho, i caccia F-16, lo scudo “fionda di David”, il radar “Pino Verde”, i sottomarini Dolphin, Leviathan e Tekuma. Dentro quest’ultima parola, che in ebraico significa “rinascita”, c’è tutta l’eco di una guerra che se verrà avrà gli occhi di Benjamin Netanyahu e Mahmoud Ahmadinejad.


Giulio Meotti: Mañana, la guerra fantasma di Israele


[Israel vs Iran, 2/4]



Nella strada che costeggia il Mediterraneo, a pochi chilometri da Tel Aviv, c’è un insieme di edifici bianco-grigiastri al di là di una fila di eucaliptus. Lì sorge il monumento ai 400 israeliani caduti servendo nei servizi segreti. Alcuni di loro non hanno neppure una tomba in terra ebraica, sepolti senza nome in qualche sperduto camposanto arabo. Come Eli Cohen, lo 007 che garantì la vittoria nel 1967 e che faceva emozionare Yitzhak Rabin quando ne ricordava la figura: “Eli è un mito, ci siamo tramandati la sua storia da comandante a soldato, da padre in figlio”.
Eli Kamal, come si faceva chiamare Cohen, divenne amico personale dei generali siriani, venne ammesso a visitare le postazioni sul Golan e dalle colline sul lago di Tiberiade prese nota dei bunker, dei carri armati e dei missili terra aria arrivati da Mosca. Scoperto, Cohen verrà giustiziato in diretta tv. “Morte al sionista”, grida la folla a Damasco mentre il boia gli stringe il cappio intorno al collo e la moglie, da Tel Aviv, assiste allo scempio del corpo del marito.
Quando Meir Dagan ha lasciato la guida del Mossad, un anno fa, dopo aver abbracciato le storiche guardie del corpo, non si è portato via soltanto la celebre pipa, ma anche il suo più grande rimpianto, ovvero non aver saputo riportare in patria le spoglie di Cohen. Dopo Issa Harel “il piccolo”, che catturò il gerarca nazista Adolf Eichmann in Argentina, Dagan è stato il più ardito direttore del Mossad, il servizio segreto d’Israele. La sua ossessione, in questi otto anni, è stato il programma atomico dell’Iran, in un crescendo che adesso potrebbe avere come atto finale un blitz aereo.
Ma a differenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, Dagan è contrario allo strike. E’ “la nemesi di Netanyahu”. Un paradosso difficile da comprendere, perché in un paese di duri come Israele, Dagan è il più duro. Nel 1967 Dagan saltò su una mina egiziana e oggi cammina con fatica. Ma quella ferita, disse, “è la prova che ho una spina dorsale”. Quando trent’anni dopo emerse come uno dei possibili capi del Mossad, il Times lo chiamò “il cacciatore di arabi”. Nel 2002 l’allora primo ministro Ariel Sharon, che chiese a Dagan di risollevare un moribondo servizio segreto, disse che la specialità dello 007 consisteva nel “separare un arabo dalla propria testa”. Il “metodo Dagan” sull’Iran, come lo ha ribattezzato il quotidiano Yedioth Ahronoth, consiste nel rafforzamento delle sanzioni e nel fomentare le rivolte interne, ma soprattutto nell’assassinio di scienziati e nel sabotaggio del materiale atomico. Un metodo che va sotto la sigla di “mañana”.
Si rimanda l’ora X della bomba atomica. Domani e domani e domani… Mañana, appunto. “Una tecnica dilatoria” dice Yaakov Katz, editor militare del Jerusalem Post che sta per pubblicare, assieme allo storico Yoaz Hendel, il libro Israel versus Iran. The Shadow War, la guerra fantasma. E’ la guerra di Dagan. La guerra che c’è ma non si vede e colpisce le centrifughe atomiche, i magazzini di fluoruro di uranio, gli scienziati e gli emissari stranieri. “Il piano Dagan è stato un grande successo”, dice al Foglio Ron Ben Yishai, il re dei corrispondenti militari israeliani per Yedioth Ahronoth, che nel 2007 riuscì a visitare, unico giornalista al mondo, il sito nucleare siriano bombardato dall’aviazone israeliana (uno dei successi di Dagan). “Si iniziò a parlare di Iran nel 2000 e si disse che avrebbe avuto la bomba atomica entro tre anni. Ancora non ce l’hanno. Grazie a Dagan. I sabotaggi e le uccisioni hanno funzionato. Adesso Dagan pensa che Israele debba procedere secondo l’orologio di Washington, mentre l’orologio di Netanyahu procede più spedito. Ma sia Dagan sia Netanyahu concordano che Israele non accetterà un Iran nucleare, lo stato ebraico sarebbe vittima di una lunga guerra di attrito fra i terroristi nella regione protetti dall’ombrello atomico di Teheran”.
Meir Javedanfar, autore del libro sulla “Sfinge Iraniana” [The Nuclear Sphinx of Tehran: Mahmoud Ahmadinejad and the State of Iran] e docente a Herzliya, dice al Foglio: “La linea rossa per Dagan è la costruzione della bomba atomica. E’ come se oggi l’Iran avesse tutte le parti della bomba sul tavolo e dovesse ancora decidere di assemblarle. Se alla fine Israele riceverà la ‘luce verde’ dagli americani Netanyahu attaccherà l’Iran. Israele non può aspettare un test iraniano e ci sarà un attacco preventivo”.
Sull’ultimo numero di Newsweek anche lo storico di Harvard Niall Ferguson, uno dei maggiori opinion maker al mondo, ha scritto che “Israele e Iran sono alla vigilia di una nuova guerra dei Sei giorni. La guerra preventiva è un male minore rispetto all’appeasement”. [CfUS Prof. Tells Newsweek Israel Must Attack Iran – Now.]
Dal 13 gennaio 2010, cinque scienziati nucleari iraniani, esperti missilistici e tecnici sono stati uccisi da una mano invisibile. Altri sono morti nei mesi precedenti. L’ultima vittima attribuita a Dagan si chiamava Mostafa Ahmadi Roshan, che dirigeva il nuovo centro a Qom per l’arricchimento dell’uranio. “Possiamo presumere che molti altri esperti dal basso profilo siano stati uccisi”, ci dice Ben Yishai. “E’ un ottimo deterrente per altri scienziati, compresi gli stranieri”. Alcuni giorni fa Dagan ha risposto con un sorrisetto malizioso quando gli è stato chiesto se era stato “Dio” a mettere a segno i sabotaggi in Iran.
Il culmine della saga Dagan si celebrò due anni fa, a Dubai, dove una squadra di ventisette agenti del Mossad atterrò con voli di linea provenienti da Roma, Francoforte, Parigi e Zurigo. Erano lì per Mabhouh al Mabhouh, il leader di Hamas il cui nome in codice era “Plasma”. Il team è formato da membri della “Caesarea”, l’élite specializzata in omicidi e penetrazioni in strutture straniere. Non hanno un indirizzo di lavoro, non usano i propri nomi e persino le famiglie — tranne i parenti stretti — non sanno cosa fanno. Mabhouh era sulla lista dei “most wanted” fin dagli anni Novanta, quando uccise due soldati israeliani nel Negev. L’unico rimpianto, disse Mahbouh ad al Jazeera, fu di non aver sparato lui stesso in faccia agli israeliani.
Pochi giorni prima che la squadra entrasse in azione, in un capannone alla periferia di Tel Aviv, la sede del Mossad nota come “Midrasha”, Netanyahu sarebbe arrivato con le sue Audi A6 per incontrare Dagan e gli uomini di Dubai. Il premier avrebbe ascoltato il piano e alla fine dato l’okay: “Il popolo d’Israele conta su di voi. Buona fortuna!” Mabhouh stava andando a Bandar Abbas, il porto iraniano, per un carico d’armi. Era l’uomo di Hamas in Iran. Per questo nella mente di Dagan, ucciderlo valeva ogni costo, anche l’incredibile video che ha inchiodato gli israeliani. E’ un’operazione rischiosa.
Nel 1997 Netanyahu ordinò l’uccisione di un altro leader di Hamas, Khaled Meshaal, nelle vie di Damasco. Fu un disastro. Il Mossad gettò un veleno nel suo orecchio, ma senza ucciderlo. Gli agenti furono catturati e per liberarli Gerusalemme consegnò l’antidoto e liberò lo sceicco paralitico di Hamas, Ahmed Yassin.
Due anni prima, a Malta, agenti israeliani su ordine di Shimon Peres avevano ucciso Fathi Shkaki, il capo del Jihad islamico, “il Dottore” che aveva inventato la guerra suicida sugli autobus.
Mabhouh muore in un hotel a Dubai. Ma il Mossad viene scoperto. Pochi mesi dopo, Dagan è sostituito da Tamir Pardo. Il “siberiano”, come è noto Dagan per esser nato nella glaciale Novosibirsk, nella guerra all’Iran ha reclutato uomini d’azione di diverse nazionalità. Li ha infiltrati nei paesi più difficili, soprattutto in Siria. Forse anche in Iran.
L’ex capo dell’Unità speciale Saieret Matkal, Amiram Levine, ha detto che Israele può facilmente infiltrare agenti speciali nella Repubblica Islamica: “L’Iran non è al di fuori della nostra portata: ho visto cose più complicate”. Nel settembre 2007 una soffiata di Dagan portò alla distruzione del sito nucleare di Deir al Zour. E’ l’Operazione frutteto. Decisiva sarebbe stata una fotografia che un agente del Mossad ha scattato al sito nucleare. Poi viene decapitato, letteralmente, il comandante dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti a Damasco. Sei mesi dopo è la volta del generale Mohammed Suleiman, il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e iraniano, assassinato mentre si stava rilassando nella sua villa in riva al Mediterraneo da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava poco lontano.
Dagan aveva un suo rito per motivare gli operativi. Li convocava nel proprio ufficio e mostrava loro una fotografia di un ebreo religioso avvolto nello scialle ebraico di preghiera, inginocchiato e con le braccia alzate. Al suo fianco ci sono ufficiali delle SS che gli puntano una pistola alla tempia: “Quest’uomo era mio nonno, Dov Ehrlich”, diceva Dagan. L’uomo verrà ucciso dai nazisti nella città polacca di Lukow. “Guardate questa fotografia”, diceva Dagan agli agenti. “Questo vi guidi nell’agire per lo stato d’Israele. Farò tutto ciò che devo per far sì che non accada mai più”.
Teheran vuole morto il direttore del Mossad: tre anni fa in Iran sono apparsi manifesti che chiedevano la testa dell’ex direttore del Mossad. E’ la “taglia di Golia”. “La linea Dagan è più conveniente dello strike”, dice Avi Shavit di Haaretz. “La deadline viene posticipata, Israele non cura il cancro, ma ne rinvia l’eruzione. Dagan era come un gran sacerdote, si era arrivati a pensare che fosse onnipotente e che le manomissioni fossero la salvezza. Ma il rapporto dell’Aiea (che ha svelato al mondo l’atomica iraniana, ndr) ha dimostrato che era un’illusione. Dagan ha fatto cose grandiose, ma non ha completato la missione che gli diede Sharon dieci anni fa. Ovvero distruggere i piani nucleari iraniani”.
Tutti all’“istituto”, come in Israele si chiama il Mossad, ricordano le parole con cui si presentò Dagan nel 2002: “Siamo come il dottore che inietta il veleno nella camera della morte. Le vostre azioni sono sostenute da tutto Israele. Per voi uccidere non è illegale. Eseguite una sentenza del primo ministro”. Secondo Gordon Thomas, autore di Gideon’s Spies [Mossad: La historia secreta ], Dagan è l’uomo che conosce i paesi islamici meglio dei rispettivi autocrati. L’Operazione calamita di Dagan ha spazzato via metà dell’élite dei ricercatori nucleari. Di recente è arrivata una dichiarazione da brivido del capo di stato maggiore israeliano, il generale Benny Gantz: “L’Iran deve aspettarsi un numero maggiore di eventi innaturali nel 2012”.
Dagan ha tratto ispirazione dall’operazione “Spada di Damocle”, con cui nel 1962 agenti del Mossad uccisero scienziati tedeschi che avevano lavorato nella base nazista di Peenemunde e che si erano messi al servizio dell’Egitto per sviluppare l’arsenale in grado di distruggere Israele. L’ex premier Yitzhak Shamir viene assunto dai servizi segreti per eliminare gli scienziati tedeschi. A Monaco sparisce Heinz Krug, che acquista in Europa le materie prime necessarie agli egiziani. Di lui non si avranno mai più notizie. Poi una lunga serie di lettere esplosive viene inviata a tecnici tedeschi ed egiziani. Qualcuno la ribattezza operazione “Post Mortem”.
A “tagliare la testa del serpente”, il piano del Mossad per fermare gli scienziati iraniani, Dagan ha imparato al fianco di Ariel Sharon, quando assieme spianavano intere aree della Striscia di Gaza per sconfiggere il terrorismo arabo. Dagan, che il giornale egiziano al Ahram ha ribattezzato “Superman”, fondò proprio il reparto “Ciliegia”, Dudevan, il nome agreste per un’unità celeberrima perché composta da militari che si travestono da arabi e operano in profondità nei villaggi di Gaza e Cisgiordania. In ebraico si chiamano “mista’aravim”, ovvero “diventare come gli arabi”. L’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, condusse una simile operazione a Beirut, quando vestito da donna si infiltrò per eliminare un commando palestinese (l’operazione è immortalata nel film Munich di Steven Spielberg).
Il motto dell’unità di Dagan era un celebre discorso che nel 1955 l’allora generale Moshe Dayan fece alle reclute: “Non possiamo proteggere tutti gli acquedotti, né impedire che gli alberi vengano sradicati, né che uccidano i nostri lavoratori nelle piantagioni, né le famiglie nei loro letti, ma possiamo pretendere un prezzo adeguato per il nostro sangue.”
Come ha detto il giornalista Emanuel Rosen di Channel Two, “Dagan taglierebbe le gole dei terroristi anche con un apriscatole”. Il suo predecessore, Eprahim Halevy, nipote del filosofo Isaiah Berlin, veniva chiamato “Mr. Cocktail” per la linea di condotta più diplomatica e soft. Nato nel gennaio 1945 su un treno che viaggiava fra la Siberia e la Polonia, già a ventisei anni Dagan è comandante di un’unità militare celebre per “non fare prigionieri”. Dagan avrebbe fondato la politica di assassinio mirato dei terroristi.
Prima degli iraniani nella “lista” di Dagan ci sono finiti lo sceicco Yassin e Abdel Rantisi, “il medico” capo di Hamas saltato in aria a Gaza, dove Dagan è chiamato “l’angelo della distruzione”. Il celebre 007 se ne andava in giro con in mano un elenco di ricercati e ne spuntava di volta in volta i nomi quando venivano catturati o uccisi. Quando l’allora premier Sharon assegnò a Dagan il dossier nucleare iraniano, il Mossad non doveva più soltanto sorvegliare i programmi atomici, come faceva con Halevy, ma uccidere gli scienziati impegnati nel progetto per la bomba e intervenire nei paesi sospettati di collaborare con l’Iran.
Fra le azioni attribuite a Dagan c’è anche il virus Stuxnet, il programma che ha ritardato di due anni i piani iraniani. Esperti informatici di mezzo mondo dicono che c’è soltanto un possibile autore: la celeberrima unità israeliana “otto duecento”. Ne ha scritto Ronen Bergman nel libro The Secret War with Iran. L’unità impiega gli israeliani più dotati in matematica e criptoanalisi. Tra i successi dell’unità si ricordano le intercettazioni il primo giorno della guerra del 1967, il colloquio tra Yasser Arafat e i terroristi dell’Achille Lauro nel 1985 e la famosa cattura della Karin A, il mercantile carico di armi iraniane destinate ai palestinesi di Gaza.
Di Dagan parliamo con Emily Landau, una delle massime esperte di Iran: “La domanda non è se le sanzioni avranno efficacia, ma se la pressione, fra le sanzioni e i sabotaggi di Dagan, costringerà l’Iran a fermare il nucleare. Israele deve far capire all’Iran che ci saranno conseguenze militari. Il regime iraniano è razionale. Ma razionalità non significa ragionevolezza. L’Iran ha scelto razionalmente di non andare ai negoziati perché vuole le armi nucleari. Non abbandonerà il progetto con facilità. La differenza fra Dagan e Netanyahu è sui mezzi per fermare l’Iran.”
Secondo gli esperti di intelligence, grazie a Dagan oggi gli scienziati iraniani si sentono perennemente in pericolo. Molti di loro, infatti, vivono nella rete dei siti segreti e sotterranei per la fabbricazione di armi nucleari. Il fisico Ardeshir Hassanpour è ufficialmente morto in seguito ad avvelenamento causato dal guasto di una stufa. Majid Shahriari è saltato in aria con la sua auto, era l’esperto di reazioni nucleari a catena. Erano in cima alla lista del “programma decapitazione” di Dagan. Poi ci sono le esplosioni alle centrifughe.
Mark Hibbs, esperto iraniano al Carnegie Endowment for international peace, dice che il sabotaggio è noto come “fratricidio”, contagia altre strutture in una spirale. Dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei maggiori analisti israeliani: “E’ possibile ora continuare a rimandare l’orologio nucleare iraniano senza una guerra su larga scala”.
Il successore di Dagan, Tamir Pardo, può contare su agenti, per dirla con lo 007 siberiano, “di tale potenza da far maledire ai nemici il giorno in cui sono nati”. “Ma in Israele è in corso un dibattito sulle operazioni clandestine”, spiega Ronen Bergman, che sta scrivendo un libro sul Mossad. “C’è chi sostiene che in queste operazioni ci sia un momento culminante e che nel caso dell’Iran sia già stato superato. Il programma di Teheran è andato avanti e gli iraniani sono consapevoli degli sforzi stranieri per ostacolarlo. Il punto è quale obiettivo vogliamo raggiungere: vincere una battaglia o la guerra?”
Mentre scriviamo un sottomarino israeliano con missili Popeye Turbo a testata nucleare sarebbe già dislocato fra l’arcipelago di Dahlak, di fronte all’Eritrea, e le acque al largo dello Sri Lanka. Dalle pendici israeliane del Keren “Blue Eyes”, il più occhiuto sistema satellitare che spii gli ayatollah, con quindici minuti d’anticipo si accorge se qualcosa s’alza da qualsiasi angolo dell’Iran. Il giornale Yedioth Ahronoth racconta di un rifugio antiatomico alle porte di Gerusalemme, una cittadella sotterranea dove troverà rifugio, se arrivasse il fatidico giorno, chi governa il paese. Il tunnel, lungo due chilometri e alto una decina di metri, sfocia in un’enorme caverna. Il “day after” d’Israele è già iniziato.

Giulio Meotti: Nella mente dello strike


[Israel vs Iran, 3/4]
“Sta per scoppiare la guerra fra Iran e Israele, bombarderemo i siti iraniani prima del previsto, le sirene ci sveglieranno di prima mattina e il comando interno ci dirà come entrare nei rifugi. Il resto sarà storia”. Così Sever Plocker, vicedirettore del maggiore giornale israeliano, Yedioth Ahronoth, lancia l’allarme sul countdown, il conto alla rovescia verso la resa dei conti fra lo stato ebraico e la Repubblica islamica dell’Iran.
Sullo strike è al lavoro un ristretto gruppo di cervelli attorno al primo ministro Benjamin Netanyahu. Accanto a “Mefistofele”, come malignamente su Haaretz è stato definito Amos Gilad, c’è Uzi Arad, dirigente di spicco del Mossad e figlio di un leader sionista imprigionato dai fascisti romeni di Antonescu. E poi Yaakov Amidror, il primo generale con la kippa dei religiosi, e l’analista militare Yoaz Handel, che ha appena pubblicato il report Iran’s nukes and Israel’s dilemma. E’ il primo documento sull’attacco preventivo uscito dalla squadra di cervelli del primo ministro. In tutto, scrive Handel, “ci sono 60 obiettivi da colpire in Iran”. Poi c’è l’influenza del “lituano”, Moshe Arens, ex ministro della Difesa ma per la stampa “l’uomo che ha inventato Netanyahu” (il padre dell’attuale premier, il professore di storia Ben Zion Netanyahu, fece da testimone di nozze ad Arens).
La “dottrina Arens” sull’Iran si basa sul timore che Israele perda quel potere di deterrenza faticosamente conquistato con la costruzione della centrale nucleare di Dimona e con la smagliante vittoria nella Guerra dei sei giorni. Da allora il deterrente si è già eroso per la sofferta guerra del Kippur (1973), per l’acquiescenza mostrata nella prima Guerra del Golfo e per la sconfitta subita da Hezbollah nel 2006. Nel sostenere lo strike contro l’Iran, Arens dice che Israele non deve commettere nuovamente l’errore del 1991, quando aspettò che il tiranno iracheno lanciasse quaranta missili su Tel Aviv. “Fu la prima volta che il paese porse l’altra guancia”, ha ricordato Arens, all’epoca era ministro della Difesa. “Non scherzate di nuovo con Israele”.


L’elaborazione strategica dello strike è avvenuta però al di fuori dell’attuale governo Netanyahu. Dieci anni fa Israele chiese a un gruppo di accademici e studiosi di formulare la dottrina dell’attacco preventivo. E’ il “Progetto Daniele”, dal nome del profeta biblico. Costituisce la giustificazione strategica per l’eventuale attacco ordinato dal primo ministro Netanyahu. Del gruppo hanno fatto parte, tra gli altri, l’ingegnere atomico israeliano Naaman Belkind, il generale della riserva Isaac Ben Israel e il colonnello dell’aviazione Yoash Tsiddon-Chatto. Il Foglio è a colloquio con l’accademico che ha scritto il “Progetto Daniele”, Louis René Beres, uno dei massimi esperti mondiali di genocidio all’Università americana di Perdue. “La deterrenza nucleare funziona soltanto fra attori razionali”, ci dice Beres.
“Noi del ‘Progetto Daniele’ per primi abbiamo spiegato che l’‘equilibrio del terrore’ non funziona con Teheran. Per Israele non difendersi preventivamente da un dichiarato nemico esistenziale — ovvero consentire a un regime islamico apocalittico di diventare nucleare — sarebbe suicida. Mutuando da Thomas Hobbes, nessuno stato ha il diritto di suicidarsi e lo studioso di diritto Ugo Grozio nel 1625 ha scritto che la vita innocente deve essere protetta. Quando i leader iraniani proclamano di credere nell’apocalisse sciita, misure difensive vanno considerate a Gerusalemme. L’Iran sta finalizzando la costruzione di armi atomiche e il regime dichiara che serviranno a creare ‘un mondo senza sionismo’. L’Iran può diventare, letteralmente, uno ‘stato suicida’. Noi del ‘Progetto Daniele’ abbiamo spiegato ai primi ministri israeliani che Israele potrebbe fronteggiare un attentatore suicida macroscopico, uno stato che agisce senza pensare alle conseguenze. Un nemico che potrebbe lanciare armi di distruzione di massa contro Israele sapendo molto bene che ci sarebbero delle rappresaglie. La conclusione di questo scenario è che Israele resterebbe paralizzato dall’irrazionalità del nemico e che quindi l’unica alternativa è l’attacco preventivo”.
Beres concorda con l’analisi su Newsweek di Niall Ferguson che Israele si trova di fronte a una nuova possibile guerra dei Sei giorni. “Lo stato ebraico nel 1967 optò per un attacco preventivo”, ci dice Beres. “La legge internazionale non è un patto suicida e include il diritto inerente degli stati all’autodifesa. Lo strike preventivo avrebbe un costo molto alto. Ma quali sono le alternative? Le sanzioni economiche, la guerra cibernetica, gli omicidi mirati possono ritardare la costruzione di armi nucleari atomiche, ma non possono fermarle. Di fronte a un primo colpo da parte dell’Iran su un paese della grandezza del New Jersey, qualcosa che significherebbe la scomparsa d’Israele, abbiamo il diritto a una difesa preventiva”.
Oggi lo strike appare come una bandiera della destra israeliana, ma è stata formulata da uno dei padri nobili della sinistra ebraica. E’ il professor Asa Kasher, docente di Filosofia etica all’Università di Tel Aviv, l’uomo senza uniforme, il professore che siede tra i generali di Tsahal e che per due anni ha lavorato al documento che ha definito l’etica dell’esercito israeliano. Si chiama Tohar HaNeshek (“purezza delle armi”), significa usare le armi secondo regole morali. Il testo venne duramente criticato dalla destra israeliana per bocca dell’ex capo di stato maggiore Rafael Eitan: “Si tratta di fesserie che possono solo demoralizzare l’esercito, non ci sono armi pure, perché sono uno strumento per uccidere”. Eppure l’allora chief of staff Ehud Barak e il suo primo ministro, Yitzhak Rabin, abbracciarono il documento che da allora è diventato la base morale dell’esercito più agguerrito e peculiare al mondo.
Kasher, considerato vicino al partito di estrema sinistra Meretz, è per tutti “the moralist”. Il professore oggi è a colloquio con il Foglio sull’Iran. “La giustificazione di un attacco preventivo israeliano poggia sulla dottrina della ‘guerra giusta’ e sullo spirito della legge internazionale”. Ci sono alcune condizioni per lo strike. “Una buona causa: generalmente soltanto l’autodifesa è considerata una buona causa. Nel caso dell’Iran, non c’è dubbio che sia un nemico aggressivo di Israele, è dietro a Hamas e Hezbollah e ha dichiarato apertamente di voler eliminare Israele. Una ostilità resa evidente anche dalla ripetuta negazione della Shoah da parte del presidente iraniano. Generalmente l’autodifesa è legata a un pericolo imminente. Nel caso dell’Iran, riferito alla sua capacità atomica e al desiderio di eliminare Israele, il pericolo imminente non è il lancio di testate atomiche, ma la capacità di farlo. Un attacco preventivo è quindi giustificato”.
Poi ci sono le possibilità di vittoria: “Le operazioni militari coinvolgono perdite da entrambe le parti, quindi devono avvenire non come gesti simbolici. Se la capacità iraniana di produrre l’atomica rimanesse intatta, lo strike sarebbe simbolico e non giustificabile. Se invece il danno è ingente o viene posticipato il programma, l’autodifesa è giustificabile”. Lo strike deve essere, dice Kasher, l’ultima risorsa: “Poiché il conflitto militare causa delle calamità, deve essere evitato se il problema alla radice può essere risolto con altri mezzi. Le sanzioni sono uno di questi, ma se falliscono lo strike militare è giustificabile”. Ci deve essere, infine, la proporzionalità: “Noi siamo responsabili della vita dei cittadini israeliani, così come il Canada è responsabile dei cittadini canadesi. E’ tutto. Non c’è un governo mondiale responsabile, ci sono stati con proprie responsabilità. Poiché in gioco c’è l’esistenza d’Israele e la vita dei suoi cittadini, non c’è dubbio che un attacco militare all’Iran sarebbe proporzionato. Non esiste paragone più alto. I miei genitori sono arrivati qui prima dell’Olocausto, ma mia moglie è una sopravvissuta. Quale lezione possiamo trarre dalla guerra? Che non faremo affidamento su nessun altro quando si tratta di proteggere i nostri cittadini. E anche se i nostri nemici dovessero portare dei bambini sui tetti delle case per spararci addosso, non capitoleremo. E’ tragico, ma non molliamo”.
L’idea dello strike è sposata anche dal filosofo morale Moshe Halbertal, l’allievo di Michael Walzer che ha collaborato al manuale di comportamento delle forze di difesa d’Israele: “Ci potrebbe essere una situazione in cui l’unico modo per prevenire un attacco nucleare contro Israele sarà quello di distruggere lo stato iraniano. Con questo voglio dire distruggere la sua capacità di agire come uno stato. Non è Hiroshima o Nagasaki. Ma sarebbe volto a distruggere laboratori nucleari, fabbriche, i reattori e tutto ciò che hanno. L’apparato statale che è necessario per ordinare e formare una cosa simile”.
Martedì il quotidiano Yedioth Ahronoth ha rivelato che i diplomatici di stanza a Tel Aviv e Gerusalemme hanno appena chiesto al governo israeliano di dotare anche le loro famiglie di maschere antigas. E’ già pronto anche un piano di evacuazione. Ieri l’Alef, il sito web iraniano vicino all’ayatollah Ali Khamenei ripreso dalla Fars News Agency, ha pubblicato la giustificazione iraniana per l’eventuale attacco a Israele, definito “materiale corrotto”. [Cf. Ayatollah: Kill all Jews, annihilate Israel.]
Si cita l’ultimo censimento israeliano, secondo cui il sessanta percento della popolazione risiede fra Tel Aviv e Haifa. Scrive l’analista Alireza Forghani che un solo missile Shahab 3 è in grado di eliminare il “cancro”. Sulla costa israeliana, vive un terzo della popolazione ebraica mondiale.


Giulio Meotti: La guerra dei 30 anni sta per finire

[Israel vs Iran, 4/4]


C’era un tempo in cui Ezer Weizman, il fondatore dell’aviazione israeliana, stringeva accordi economici con il ministro per gli Armamenti dell’Iran, Hassan Toufanian. C’era un tempo in cui Yaakov Shapiro, l’ufficiale israeliano che curava i rapporti con gli iraniani, veniva ricevuto a Teheran “come un re”. C’era un tempo in cui la sola ambasciata con la stella di David in tutto il medio oriente era quella a Teheran. C’era un tempo in cui si vedeva un viavai di tecnici israeliani nel centro nucleare di Isfahan.
Tutto ebbe fine il primo di febbraio del 1979, 12 Bahman 1357, alle ore nove e 7 minuti, quando un Jumbo dell’Air France comparve nel cielo azzurro-ceramica di Teheran, sorvolando i Monti Alborz. Su quell’aereo, noleggiato a credito, c’era Khomeini, il “profeta disarmato”. Ritornava in patria dopo quindici anni di esilio impostogli dallo scià Pahlavi, il “re dei re”. Milioni di persone avevano inondato le strade. Piangevano: “Allahu akbar”, Allah è grande, e “Marg bar scià”, morte allo scià.
Uri Lubrani, ultimo ambasciatore israeliano in Iran, aveva mandato un cablo a Washington e Gerusalemme: “Lo scià sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. Il presidente americano Jimmy Carter l’aveva ignorato. “Manderò davanti al tribunale del popolo tutti i corrotti sulla terra”, proclamò Khomeini. “Spezzerò i denti, taglierò le mani dei servi dell’imperialismo”. A ogni frase dell’imam, un milione e mezzo di persone gli faceva eco: “Sa’i ast”, ovvero “è giusto” e “così sia”. Per Israele, fu l’inizio della fine. Fu anche l’inizio del countdown atomico.
“Quella fra Israele e Iran è la più lunga guerra nella storia del medio oriente”, dice a colloquio con il Foglio Ronen Bergman, il più noto giornalista investigativo israeliano. “Nel 2006 l’Iran, attraverso Hezbollah, ha sconfitto lo stato ebraico. E’ dal 1979 che i due paesi si stanno facendo una guerra sotterranea. Non è possibile fare profezie, ma per la prima volta da quando si parla di Iran, ovvero da metà degli anni Novanta, ho la certezza che Israele stia pianificando un attacco preventivo”.
Bergman scrive per Yedioth Ahronoth, il maggiore quotidiano ebraico, e recentemente sul New York Times ha firmato un lungo articolo in cui ha spiegato che Israele attaccherà l’Iran nel 2012. Il saggio ha fatto il giro del mondo, perché Bergman è il giornalista più insider d’Israele. Bergman, che attualmente sta lavorando a un libro sul Mossad, è l’autore di The secret War with Iran, libro-inchiesta su trent’anni di conflitto fra Teheran e Gerusalemme.
“E’ una guerra titanica fra una rivoluzione islamica aggressiva e una società compiacente e soddisfatta di sé che vuole gettarsi alle spalle le paure esistenziali. Questi anni hanno dimostrato che l’Iran e Hezbollah sono avversari più tenaci, determinati e sofisticati di quelli che Israele e Stati Uniti hanno incontrato finora in medio oriente”.
Con lo stato ebraico la monarchia di Reza Pahlavi intratteneva rapporti di collaborazione in campo agricolo, industriale, energetico e militare. La prova più eclatante di questo legame è una stella di David gigante scoperta nel dicembre 2010 sul tetto della Iran Air, accanto all’aeroporto internazionale di Teheran. L’edificio era stato costruito da ingegneri israeliani prima della Rivoluzione.
Nella biografia di Khomeini The Spirit of Allah, il giornalista iraniano Amir Taheri racconta di una audiocassetta in cui l’imam denuncia una cospirazione fra la monarchia, “la Croce e gli ebrei”. Nei sermoni di Khomeini lo scià è chiamato “spia ebrea”. La rivoluzione provocò un terremoto in Iran nel campo della difesa, dei burocrati, dei servizi, dei militari legati allo scià.
La prima cosa che fece Khomeini fu tagliare i rapporti con Israele, definito “cancro”. Ma alcune fabbriche israeliane avrebbero continuato a ricevere i pagamenti ogni anno (a causa del caos amministrativo a Teheran) per lavori che non erano mai stati terminati. Gli iraniani chiesero di riavere indietro il denaro per la cifra tonda di cinque miliardi di dollari. Racconta Bergman che nelle moschee i preti islamici distribuirono manifesti contro “il sionismo internazionale”, che avvennero piccoli pogrom e che “I Protocolli dei savi anziani di Sion” con prefazione di Joseph Goebbels vennero tradotti in farsi, la lingua iraniana.
Il Mossad lanciò l’operazione “Shulchan Arukh” per portare via quarantamila ebrei. La predicazione antiebraica di Khomeini raggiunge il Libano, dove vive una folta comunità sciita. Hezbollah, detta “gli oppressi della terra”, spedì il primo kamikaze islamico contro i marine americani. Decine le vittime. Racconta Bergman che nel villaggio di Dir Qanoun al Nahr emissari iraniani presero parte al funerale dell’autista della Peugeot imbottita di dinamite. Il Mossad intercettò una lettera alla famiglia del kamikaze spedita da Teheran: portava la firma di Khomeini. Il 4 novembre 1983 un camion esplosivo uccide ventotto israeliani dell’intelligence militare. Si scoprirà che l’operazione era stata ordita da un quadro di Hezbollah noto come “lo Sciacallo sciita”, Imad Mughniyeh, ucciso a Damasco al numero 17 di via Nisan, in una operazione israeliana di due anni fa.
Hezbollah nel 2006 diventerà l’unica organizzazione che abbia davvero “sconfitto” Israele a forza di rapimenti, bombardamenti, smembramenti di corpi e ricatti. Israele ha lasciato il Libano nel 2000. In una notte, ridenti e piangenti, i soldati israeliani abbandonarono la “striscia di sicurezza”. Effi Eitam, comandante del battaglione libanese, disse all’allora primo ministro Ehud Barak quando ricevette l’ordine di sgombrare: “Non credere di portare i soldati via dal Libano, stai portando il Libano in Israele”. Stava portando l’Iran in casa. Da allora tutta la Galilea ebraica, dove viverci o è una necessità di poveri oppure è una scelta ideale e di vita, è stata bombardata a tappeto da Hezbollah.
Secondo Bergman il countdown è impossibile da comprendere senza il caso di Ron Arad, il giovane pilota israeliano che precipitò nel 1986 presso il porto libanese di Tiro e che fu acquistato letteralmente dagli iraniani per 300 mila dollari. L’ultima foto di Ron risale al 1991, ha una lunga barba e il volto sfinito da prigioniero torturato. “Da allora Teheran e le sue carceri popolarono le fantasie e gli incubi degli israeliani”, dice Bergman. Come dice un ex ufficiale del Mossad, “mai così tanto nella storia dell’uomo sono state spese energie per ritrovare una persona scomparsa”.
La guerra agli ebrei arriva in America latina. 1992, marzo, una bomba uccide trenta persone all’ambasciata israeliana di Buenos Aires. Due anni dopo, ai primi giorni di luglio, i servizi israeliani notano una “insolita frenesia” nel corpo diplomatico iraniano nei paesi del sud America, ma non trovano una spiegazione. La risposta arriva alle dieci di mattina del 18 luglio, quando un camioncino imbottito d’esplosivo distrugge la sede dell’Associazione ebraica di Buenos Aires [Amia]. Ottantacinque i morti. Il mandante è l’Iran, gli esecutori una cellula di Hezbollah. Da Israele arrivano due aerei, con a bordo 90 persone: investigatori, agenti del Mossad, personale specializzato in soccorsi con esperienza in terrorismo.
Intanto anche dentro all’Iran ci sono scoppi di odio antiebraico. Tredici ebrei tra scriba, maestri di scuola, rabbini, chi proveniente da Isfahan, chi da Shiraz, il cuore dell’antica Persia, vengono gettati nelle carceri iraniane con l’accusa di “spionaggio”. Nel 2002 la mano di Teheran arriva sempre più vicina allo stato ebraico. La nave Karin A è un vascello carico di brutti presagi, con 50 tonnellate di armi che per indirizzo avevano Gaza. Le casse portano scritte in farsi, la lingua dell’Iran. Le armi iraniane includevano missili, mortai e tonnellate di esplosivo C-24 che si usa negli attacchi suicidi.
Risale al 1992, poco dopo l’attacco a Buenos Aires, la prima segnalazione dell’intelligence israeliana sui movimenti nucleari interni all’Iran. Vent’anni dopo il quaranta per cento delle risorse del Mossad sono devote al file “Iran”. “Se Israele vuole disarmare l’Iran prenderà una decisione entro sei mesi o al massimo un anno. Israele non accetterà mai, a nessuna condizione, che Teheran si doti del nucleare, lo stato ebraico non può contenere l’Iran atomizzato”.
Secondo Bergman adesso ci sono cinque scenari possibili: “L’attacco israeliano, l’attacco americano, americani e israeliani che attaccano insieme, l’Iran che rinuncia all’atomica e un cambio di regime a Teheran. Poiché il secondo e il quinto scenario sono molto improbabili, il primo è il più possibile. L’America, dopo l’Iraq, non ha la forza di un’operazione preventiva simile e certamente Obama non vorrà attaccare prima della rielezione. Per Israele è troppo tardi. Lo stato ebraico preferirebbe agire con gli americani, ma la visione israeliana è plasmata da tre lezioni dell’Olocausto: Israele è lo scudo degli ebrei, ci saranno sempre nemici degli ebrei e i non ebrei non ci soccorreranno. Quindi Israele agirà anche senza americani se ritiene di dovere farlo. Israele ha fatto capire al mondo che aderisce ancora alla ‘dottrina Begin’, implementata per la prima volta nel 1981 con il bombardamento del reattore iracheno di Osirak. E sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale le lezioni dell’Olocausto continuano a guidare i leader israeliani. Israele ha le capacità militari per ritardare di cinque anni il programma iraniano. E lo strike avrebbe soprattutto un effetto psicologico devastante. Immagina di essere uno scienziato a Teheran il giorno dopo lo strike. Chi vorrà ancora lavorare al progetto quando tutto il tuo lavoro è andato perduto?”. Bergman pensa che questo countdown potrà concludersi soltanto in due modi: la fine d’Israele o del regime iraniano. “Questa guerra dei trent’anni è come un grande vulcano pieno di lava. Presto ci sarà una grande conflagrazione”.